IL MIO RICORDO DI ENZO BALDONI
"I
terroristi islamici uccidono il giornalista italiano che cercava brividi in
Irak" Così
titolava Libero di venerdi 27 agosto.
Feltri o chi per lui si ricordano di fare buon giornalismo solo
quando devono confermare le proprie tesi. Che poi alla fine non si tratta certo
di buon giornalismo, in quanto fazioso, tendezioso e tutto sommato inesatto. Di
buono c'è stato solo il cercare un pò piu' a fondo le motivazioni che hanno
spinto Enzo Baldoni a partire per Baghdad (cosa che finora non
ha fatto nessuno). E non era difficile scoprirlo, bastava solo dare
un'occhiata alle sue newsletter del pre-partenza, quelle che non sono contenute
nel suo Bloghdad, diario di viaggio telematico della spedizione irachena.
(http://bloghdad.splinder.com)
Credo
che se Enzo avesse avuto modo di vedere come è stato trattato
giornalisticamente il suo caso non sarebbe stato contento. Se era
davvero un uomo coerente non sarebbe stato affatto contento. A chi si
disgusta (giustamente) per le sparate di Feltri dico che Baldoni, seppur nel
piccolo dei lettori della sua newsletter, ha riservato lo stesso trattamento a
chi è stato prima di lui sequestrato dai miliziani iracheni. Con questo voglio
dire che è senz'altro lecito inorridire delle partigianerie di Libero
ma in nome di noi stessi, dello stato dell’informazione in Italia ma non di
Enzo che, sono sicuro, si sarebbe ben guardato dall' accusare Feltri del suo
operato, pena cadere in palesi contraddizioni. Certo, Libero è un quotidiano
nazionale e una newsletter una sorta di racconto personale inviato a chi decide
di riceverlo; ma dal momento che mi permetto di accusare di cattivo
giornalismo non posso omettere le mie verità al fine di rendere coerente
il mio quadro cognitivo.
Come
dimenticare le invettive di Baldoni contro i mercenari Quattrocchi,
Cupertino e Agliana? Le guardie del corpo, ex buttafuori di discoteche,
ex bulli di periferia in cerca di soldi facili in Iraq? Come Enzo descrisse
efficacemente: "I bulletti del tuo quartiere o della tua scuola che da
bambini ti facevano i dispetti ed in seguito hanno fatto della loro prepotenza
una professione". Loro erano lì per una delle tante aberrazioni della
società capitalistica occidentale: gente ignorante, violenta, prevaricatrice,
con il culto della forza e della violenza, proveniente magari da contesti
disagiati, disposti a rischiare la vita in Iraq per quei 5000 euro o giù di lì
mensili che una volta in Italia sarebbero stati investiti in tanti beni
materiali ed effimeri (quelli della busta gialla con cui il governo ti ringrazia
per aver fatto girare l'economia), simboli tangibili del loro riscatto sociale.
Enzo
Baldoni al contrario godeva di una certa floridità economica, ma come per gli
altri tre, anche lui è stato vittima delle contraddizioni della società di
mercato. Viste questa volta da un'ottica diametralmente opposta: quella
dell'abbondanza, dei fini raggiunti, del senso di colpa borghese, del bisogno di
evadere da una realtà altamente prevedibile e programmata.
Libero
afferma anche che Baldoni se l'è cercata. Eccome se l'è cercata.
Perchè non bisogna ammetterlo? E' partito da solo, senza mezzi, con una
conoscenza superficiale della realtà irachena; si è buttato nella mischia,
disarmato, ad aprire la strada ai convogli umanitari, convogli che non erano
stati autorizzati da Roma poichè ritenuti estremamente rischiosi per i
partecipanti. E se lo conosco come credo di conoscerlo sono sicuro che una parte
di lui, nemmeno troppo piccola, è stata contenta di essere caduta in mano ai
terroristi. Lo immagino come un bambino in un luna park, così come si è
mostrato nel video di Al Jazeera: con gli occhi sbarrati, ipereccitato, con il
desiderio imperante di guardarsi intorno, conoscere, studiare gli oggetti
attorno a sé, gli ambienti, confrontarsi con i suoi carcerieri, spiegare il suo
punto di vista. Probabilmente si sarà risentito per essere stato
allontanato dal suo adorato Mac e per non aver avuto una connessione
internet a disposizione. Sono sicuro che avrà chiesto carta e penna, e se
gliele avranno concesse avrà scritto molto, esaltato da quella esperienza, la
più forte e singolare della sua vita, convinto di uscirne vivo e vittorioso,
pensando già al modo di raccontarci l'accaduto.
Possiamo
forse biasimarlo per il suo desiderio di conoscenza? Per il suo voler
partecipare agli aiuti umanitari, anche solo durante le sue ferie estive? Io ho
visto un uomo disarmato che apriva un convoglio di medicinali, scendendo dalla
macchina con la bandiera della croce rossa e rendendosi scudo umano ai
kalashnikov dei guerriglieri; un turista della guerra se ne
sarebbe rimasto nella piscina del Palestine a mangiare ostriche
e sorseggiare champagne, dedicandosi un paio d'ore al giorno al reperimento di
qualche foto e notizie varie. Un turista, appunto perchè un turista, ha come
prima priorità preservare la pelle, non va a Najaf a tu per tu con i rivoltosi.
Feltri invece cosa ha visto? Domanda retorica a cui non ho alcuna intenzione di
dare risposta.
Il
mio pensiero adesso va solo ad Enzo, quell'uomo grande e un pò indecifrabile
con cui ho avuto la fortuna di avere a che fare. Quell'uomo che si esaltava per
un nonnulla e che una volta disilluse le sue speranze iniziali si afflosciava
diventando pigro, indolente, assente, salvo poi tornare ad esaltarsi quando si
toccavano le corde giuste. Quell'uomo che fu più volte bersaglio delle mie esasperate
rimostranze perchè criptico e sfuggente, quell'uomo che in fondo invidiavo
poichè aveva realizzato i suoi sogni senza scendere a compromessi con
nessuno e non sentendosi ancora arrivato nonostante i suoi innumerevoli
traguardi.
Una
calda giornata di maggio, accolse me ed altre due ragazze nel suo studio con
l'intenzione di togliersi quanto prima da quell'incomodo impegno preso con noi
qualche mese prima; i quindici minuti che ci aveva concesso come da accordi
telefonici divenirono oltre un'ora: abbiamo saputo stimolarlo e lui si è perso
nei suoi racconti, nelle sue storie, nelle sue vicende passate; sentiva il
bisogno di spiegare le scelte e le decisioni della sua vita e lo faceva con
entusiasmo, con una vitalità ed energia per me inedite. E da quella ed
altre conversazioni avute in precedenza ho capito adesso che Enzo Baldoni
se l'è davvero cercata, ma non poteva essere nella sua natura
non cercarsela.
Il
mio ultimo ricordo di lui mi porta a Milano nella stessa mattina di maggio,
dove scese per salutare di persona il resto della delegazione del gruppo di
ricerca di sociologia del lavoro che, per motivi logistici, non poteva essere
presente in toto all'incontro. Dopo i convenevoli di rito strinse la mano a
tutti facendoci l'in bocca al lupo per la ricerca, dopodichè riprese la strada
del suo studio, il portoncino al civico 26 di piazza Sant'Agostino si chiuse
dietro di sè.