Autore: sally
categoria: racconti
titolo: segreti ricordi

 

La Curiosità

 

E’ una notte fredda, gelida e grigia di un gennaio fin troppo caldo, di un anno ormai lontano dall’inizio del terzo millennio, iniziato bene, almeno per Londra e i suoi cittadini.

La neve scende lentamente e avvolge le case di un silenzio penetrante, cancellando ogni traccia di odio, di cattiveria, di violenza.

Quando c’è la neve, sembra quasi che Dio abbia mandato quel manto bianco per ricordare all’uomo che anche lui ha bisogno di pace. Ma l’uomo non ringrazia mai abbastanza. Anzi, non lo fa mai.

Questa notte le strade di Londra si sono nascoste e protette con la neve. Nessuno, quando nevica, urla. E’ bello ascoltare il silenzio, è bello farne parte.

Agli esseri umani, tribù di poveri imbecilli, piace la pace. Non c’è dubbio. Ma a loro serve la guerra, per capirne l’essenza. A loro serve perdere le cose per scoprirne il vero significato. All’umano bisogna togliere per fargli desiderare di avere. Ecco perché la neve piace all’uomo: è silenziosa, ti ricorda che c’è anche il silenzio e che non è poi così male. E poi… torna a fare casino, a distruggere i timpani e i suoni.

Questa notte Londra è calma, è bella(come sempre) e rilassata.

Come mai le città d’arte, o comunque le belle città, rimangono belle in eterno?

Ve lo siete mai chiesti? Perché, se pure invecchiando, non perdono mai fascino?

Perché sono frutto di sapere, di cultura, di menti e braccia che lavoravano davvero.

Una bella donna che è solo bella, a sessant’anni non la guarda più nessuno, perde il suo fascino.

Una donna bella che è pure intelligente, anche a ottant’anni sarà fascinosa e piacevole da guardare.

Una donna bella, intelligente, che sa… anche da morta sarà venerata.

Le città d’arte sono belle sempre, anche quando piove fango. Le culle della cultura non diventano mai brutte.

Sally è una donna bella,intelligente e che sa. Sally è come Roma, come Londra, come Lisbona.

Sally guarda la neve scendere e chiude le finestre, questa sera.

Ha una camicia da notte addosso e settantacinque anni sulle spalle. Un viso che accenna a molte rughe ma che non appaiono come in primo piano guardandola.

La prima cosa che si nota in Sally è lo sguardo: perennemente innamorato.

Le sue poche rughe raccontano anni di vita, d’esperienza, di calore, d’amore, mentre le sue gote narrano di un buon palato e una buona forchetta perché sono piene e sane! Il suo naso ha la sua stessa età ma sembra il più giovane dei suoi componenti del corpo, e anche lui dice la sua: ha sentito molti profumi, molti odori, molte pelli. I suoi occhi sono azzurri come il colore del cielo al mattino, dopo un brutto temporale, quando è limpido e sereno; narrano di mille cose, di milioni di posti, di miliardi di cose belle viste, osservate, guardate, scrutate.

E le sue orecchie… oh, le sue orecchie! Le orecchie di Sally hanno sentito la più bella musica e i migliori suoni di chiunque altro. Loro sì che parlano da soli.

Le sue labbra sono un po’ appassite ma sempre pronte ad accogliere il suono delle parole e a renderlo comprensibile a chi le ascolta. Loro raccontano più di tutti, eccome se lo fanno. Ti parlano di baci rubati, baci preziosi, baci sgradevoli e di baci regalati; baci leali, baci disonesti… baci passionali e bacetti affettuosi.

Le labbra di Sally ne sanno una più del diavolo, ne portano con sé tantissime.

Sono ricchezze che non possono essere scambiate per normalità umane.

Sally indossa le pantofole e gli occhiali da vista. Ci vede bene ma preferisce non sforzarsi troppo.

I suoi capelli sono grigi e raccolti da una crocchia fatta con cura e morbidi.

Il suo profumo è gradevole; come sempre è fissata con le docce che durano tantissimo e che profumano la pelle davvero!

Siede su una sedia a dondolo e osserva il cielo. In mano ha un libro: “Io non ho paura” di uno scrittore italiano, Niccolò Ammanniti. Il libro è vecchio, forse di trent’anni prima, ma le piaceva moltissimo.

Sally si volta verso la sua libreria e nota che nella sua vita manca qualunque cosa tranne i libri. Ne ha in quantità industriale. E’ piena di libri, enciclopedie, cartine geografiche, album fotografici, vocabolari, videocassette, dvd, e mille altre risorse culturali.

Sally sbadiglia. Ha sonno,ma continua a leggere.

Improvvisamente sente dei rumori provenire dal piano di sotto. Ascolta meglio e riesce a riconoscere i passi e l’andatura: è la sua nipotina che torna in casa.

Sally abita in una villa a due piani. Il piano di sopra lo occupa lei, che vive con il marito Charles. Di sotto abitano la figlia Victoria e il genero Jaime (entrambi di quarantacinque anni) e i suoi tre nipotini: Eryn,di vent’anni, Frederick, di diciotto e la piccola Sandy, di sette.

Sally si alza dalla sedia e va in cucina, attenta a non svegliare il suo caro Charles, e prende un bicchiere d’acqua.

Pochi secondi dopo torna in sala e si siede di nuovo, chiudendo ogni porta che porta alla camera in cui dorme suo marito, per non dargli noia.

Non appena si mette seduta sente un leggero battito alla sua porta. Sa già di chi si tratta; infatti ha lasciato una fetta di torta allo yogurt apposta per lei.

Si alza e va ad aprire.

“Scusami nonna, non ce la faccio a dormire senza salutarti!” esordisce così, la bella e dolce Eryn.

“Vieni tesoro, ti ho lasciato una fetta del dolce che ti piace tanto. Sapevo che saresti passata” risponde lei, felicissima di vederla.

“Oddio, grazie! E’ buona come sempre!” la mangia e commenta, dopo essersi seduta sul divano.

“Sono le undici e mezzo. Come mai così presto a casa?”

“Non mi divertivo”

“Come mai, amore?”

“Non lo so… ultimamente mi diverto pochissimo. E’ come se mi sentissi sempre sotto pressione, in continuo esame”

“E da cosa?”

“Da…non so… da ciò che sono”

“Cioè una bellissima e intelligentissima ragazza?”

“Dai,nonna, no. Questo lo pensi tu. E comunque non è l’autostima che mi manca”

“E cos’è allora?”

“E’… è la certezza di essere nel momento giusto e nel posto giusto”

“Mhm… tesoro mio adorato, non farti certe domande alla tua età!” ride Sally

“Ma io non sto bene qui, in questa dannatissima epoca, in questa era della tecnologia avanzata, dei libri come computer, dei quaderni elettronici… Nonna,mi sento soffocare”

“Amore, ma perché?”

“Perché… perché sento che non è quella giusta per me”

“Ah… la storia si ripete!” commenta Sally, togliendosi gli occhiali.

Il fuoco del camino illumina i volti delle due donne, una bella e giovane, l’altra vecchia e stanca.

“Che vuoi dire nonna?”

“Voglio dire che tua madre si faceva le stesse domande alla tua età… e anche la tua bis nonna, ovvero mia madre. Beh, in effetti lei viveva negli anni della guerra….”

“E tu no?”

“No, cara mia” ride Sally

“E perché?”

“Perché io ero impegnata a cambiarla la mia epoca,non avevo certo tempo di lamentarmene!”

Eryn si stende sul divano dopo aver finito il delizioso dolce di sua nonna Sally. La guarda un po’ perplessa e le domanda: “Ma tu mi dici sempre che non era la tua epoca ad essere sbagliata, era il mondo”

“Sì, ma io ero una di quelle che facevano l’epoca. C’era una buona parte di persone che non conoscevano questo lato di popolazione. Loro erano l’epoca che si atteneva di più al mondo”

“Oddio, nonna, non so più che pensare!”

“Credimi Eryn, trovati un brav’uomo, studia, lavora e muori stanca e felice”

“Sì, grazie nonnina cara, lo farò! Ahh, è tutta colpa dei tuoi libri!”

Sally la guarda con aria di sapienza e orgoglio…

“Eh, cara mia, leggere apre la mente, ti rende piccolo piccolo piccolo, e ti fa fare domande alle quali non trovi mai risposte, vero?”

“Già”

“E’ la condanna della persona intelligente, di quella che scava un po’ di più per trovare una qualsiasi briciolina di felicità vera”

“Nonna, ti sei mai innamorata?”

“Eccome amore mio!” fa una grande risata

“Chi è stato l’uomo più importante della tua vita?”

“Il nonno, cara” risponde con sincerità e amore.

“Immaginavo…” sorride Eryn.

“Ma ho avuto tanti di quegli uomini, tesoro, che non immagini!”

“Nonna!! Dai!”

“Davvero!”

“Ce n’è stato uno che ti ha davvero rubato l’anima? Uno di quelli che ti frega sul più bello, uno di quelli che ti mozza il fiato, che può non essere bello ma che sa esserlo… Uno di quegli uomini che ricordi per sempre, di cui ti porti dietro ogni singolo particolare, ogni cosa… ogni gesto, ogni sguardo… ogni… ogni bacio?” chiede Eryn, a occhi chiusi, distesa, con l’anima in mano.

Sally prova una sensazione strana. E’ la prima volta, dopo anni e anni, che si trova davanti ad una cosa simile. Ricordare le è sempre piaciuto, sempre. In questo momento avverte paura di raccontare, terrore di rivedere dentro di sé, di ritrovare nei suoi pensieri un nome, un volto, una melodia. Si ritrova con gli occhi lucidi a fissare il camino.

“Sì”risponde con calma.

Eryn la guarda incuriosita ed è proprio ora che Sally si alza e le dice di andare a letto.

“io non ho sonno” dice Eryn

“Io sì!” ride Sally e si rimette seduta.

Eryn si alza dal divano e prima di uscire si sofferma su di uno scaffale. Lì c’erano tantissimi dischi in vinile, cd, cassette. Una vera collezione.

“Quando ero piccolina mi facevi ascoltare sempre una canzone… aspetta,come si chiamava?”

“ “By this River” di Brian Eno. Ti addormentavi subito”

“Davvero? Me lo dice sempre la mamma. E’ vecchissima quella canzone”

“Sì. Lo è. Ha circa cinquant’anni”

“Nonna, me la presti?”

“Cosa?”

“Ce l’hai in qualche cd, in qualche disco”

“Sì, dovrei avercela. Aspetta”

Sally si alza e cerca il cd a sua nipote. E’ felice quando i suoi figli o nipoti le domandano del suo passato o della sua musica.

“Eccola qui. Tieni amore. E dormi serena”

“Grazie nonna”

Eryn sta per andarsene, quando si volta e,prima di chiudere la porta, le domanda: “Chi è Pete?”

Sally è pervasa da un turbinio di brividi, scosse, lacrime imminenti, sospiri,ricordi.

Si volta verso la nipote e la guarda con occhi luccicanti.

“Non so, perché?”

“E’ scritto qui”

“Dove?”

“Qui, dentro il cd, c’è un foglietto” le mostra Eryn.

Sally si alza con ansia e le prende il cd. Lo guarda lo scruta e chiude gli occhi.

Flash back, ricordo, sensazione… BRIVIDI.

“E’ un biglietto vecchissimo, dammi, lo metto via. L’ho messo lì per sbaglio” dice Sally.

“Ma perché era dentro la custodia?”

“Non lo so”

“Nonna, che hai?”domanda Eryn, molto maliziosa e incuriosita.

“Niente, perché?” Sally è visibilmente nervosa e ansiosa.

“Chi è Pete?”

“Nessuno, te l’ho detto. E comunque, amore, ci sono delle cose nella vita di una persona, che non dovrebbero essere chieste!”

“Ma non farmi ridere!”

“Su, su, cara, va a letto”

“Hai un segreto enorme, non è vero nonna?”

Silenzio. Le due donne si guardano e, alla fine, Sally cede, sbuffa e ride:

“Avanti, curiosona che non sei altro, siediti, munisciti di orecchie aperte e tanta pazienza, la nonna ti racconta una storia molto,molto lunga e lontana…”

Eryn non se lo fa ripetere due volte! Salta di gioia e si fionda sul divano, coprendosi con il pile e tenendo gli occhi spalancati, almeno quanto le orecchie…

 

 

                                                          1947, dal principio

 

La Spagna si proclama stato monarchico con la reggenza di Francisco Franco, inizia a chiamarsi Guerra Fredda il continuo minacciarsi di URSS e Stati Uniti, ci fu il primo avvistamento di un UFO,dando vita al caso di Roswell, nascono le scarpe da tennis, l’ONU vota per la spartizione della Palestina… (aimè).

Fu un anno caotico, morivano Pierre Bonnard, Vittorio Emanuele III, Albert Marquet, Henry Ford; prendevano premi i nobel Gide, Appleton, Houssay, nascevano Elton John, Iggy Pop, Brian May, Santana, Stephen King… Sally Wallace.

Sally Wallace, cioè io, nacque in una casa di una Londra piena di ipocrisia e di voglia di comprare, fare, arricchire.

A metà degli anni ’50 ero una bambina bella e solare, sempre allegra e casinista! Avevo i boccoli biondi, di un biondo dorato, sembravo finta.

I miei genitori erano dei borghesi sempre dietro al lavoro, sempre preoccupati dei soldi, delle nuove “tecnologie”, del nome della famiglia.

Il boom economico li travolse completamente facendo loro dimenticare quanto importante fossero le coccole, le storie raccontate, le cure da parte dei genitori nei confronti dei figli.

Mia madre, Mary, era una donna decisa, tosta, sempre sull’attenti, sempre pronta a difendere i figli e persa di loro solo se si trattava di salute. Mio padre, Jhon, era uno uomo fragile ma severo, succube della mamma ma autoritario con i figli. Una figura ambigua ma sempre molto disponibile!

I soldi erano diventati il loro punto di riferimento, si muovevano solo in funzione di quelli. Se fossero mancati… sarebbero morti!

Io ero la primogenita di cinque figli. Gli altri erano tutti maschi.

Nonostante fossi la più grande venivo sempre vista come la più piccola, la più debole perché donna ed ero sempre protetta dai miei fratelli.

Andai a scuola e quando frequentai le medie fui invasa moralmente e psicologicamente, nonché fisicamente, dalla musica.

Nel 1962 uscì il primo quaranticinque giri dei Beatles. Quel disco… cambiò la mia vita.

 

 

                                                       I Beatles,il primo amore

 

Avevo quindici anni. Ero carina ma molto “acerba”.

Nascevano i primi hippies, la “gioventù ribelle”, si sentivano gli echi forti della Beat Generation, cominciavo anche io a leggere On The Road, a sognare l’America, ad andare ai concerti dei quattro ragazzini più famosi del mondo: i Beatles.

“Love me do” era diventata un’ossessione in casa Wallace. Non c’era più spazio per altro, solo per i Beatles!

I miei fratelli tentavano di sopportare le grida adolescenziali della loro sorella, ma non sempre ce la facevano! Tim, Dean, James, e Theodor, infatti, spesso, quando invitavo le mie amiche per fantasticare su Ringo, Paul, John e George, e ascoltare le loro canzoni, facevano andar via la luce, staccavano gli interruttori per non fare ascoltare i dischi, e chi più ne ha più ne metta!

Quando andai al liceo,verso i sedici anni, cominciò a fremere in me un’indole molto ribelle, quasi sovversiva. Mi piaceva studiare, leggere, ero curiosa e volevo scoprire più cose possibili. Quel posto in cui tutti dovevano seguire regole (il liceo) rispettare orari, costumi, usi, non lo sopportavo più.

Piano piano divenni uno dei maggiori problemi in casa Wallace!

Una figlia ribelle, sicura di poter cambiare il mondo.

Avevo dei capelli bellissimi, stupendi, biondi come l’oro, mossi, che arrivavano fino alle spalle, forse un po’ di più. I miei fianchi erano formosi, il mio seno pure, il viso bellissimo e raggiante, il sorriso smagliante! I miei vestiti erano coloratissimi, sempre accuratamente scelti per essere guardati! Ero una ragazza che si rifiutava di lussureggiare, di stare a guardare mentre il mondo, il bellissimo mondo in cui vivevo, andava verso una direzione sbagliata: quella che porta ai soldi come unico vero valore.. E’ vero, la gente stava meglio con il boom economico, ma venivano a mancare i valori, gli ideali, i sogni…

Una mente, un’anima e una vitalità come quelle che erano cresciute in me non potevano che ribellarsi e combattere insieme agli altri giovani come me perché certe cose tornassero (o cominciassero ad essere) alla base della vita di un uomo.

Nel 1961 scoppiò la guerra in Vietnam e i migliori giovani di tutto il mondo si indignarono di fronte a una cosa simile.

Cominciarono i primi movimenti pacifisti, le prime manifestazioni contro la guerra, i primi concerti senza scopo di lucro, iniziò un’era…un’epoca.

Qualcuno ama definire la generazione degli anni ’60-’70 “hippie”, altri la chiamano “Beat Generation”, erroneamente. Altri ancora la definiscono la generazione della droga. A me, però, piace chiamarla come la nominò un “reduce” di Woodstock del 1969: la LOVE GENERATION.

Io mi sentivo davvero libera, mi sentivo parte del  mondo, della gioventù.

Iniziai, dopo il diploma, nel 1966, a leggere Ginsberg, ad ascoltare Janis Joplin, gli Who, i Rolling Stones, Bob Dylan, Jimi Handrix, i Genesis, Joni Mitchell, Patti Smith, Jimi Handrix…

E così, in una Londra magica, nel pieno della produttività musicale, di qualità, cresceva una piccola ragazza dolce, intelligente, sensibile e fragile, e con lei le sue idee, gli ideali, sogni, valori, che non abbandonerà mai. Ecco come diventò grande Sally Wallace.

 

                                        

                                          1969, l’anno di Woodstock

 

 

“No, no, no e no! Tu non ci vai nemmeno morta! Scordatelo!”urlò mia madre

“Ma mamma,ho ventidue anni! Ho sempre fatto quello che volevo nonostante le vostre critiche, lamentele, proibizioni… e ora non mi lasciate andare in America?!”

“Sally,non è il discorso dell’America, è il discorso del concerto”

“Oh mio Dio, mamma! Ma è un concerto! Dai! Non sei mai andata ad un concerto tu?!”

“No, mi dispiace! Io e tuo padre, alla tua età, eravamo preoccupati di non arrivare al giorno dopo, visto che eravamo a rischio di bombe ogni due minuti!”

“No, ti prego,non cominciare…” sbuffai , sedendomi sul divano.

Quel giorno me lo ricordo come se fosse ora. Situazione: io, la mia migliore amica Hollie, il mio ragazzo Paul, mia nonna, il divano e la tv accesa.

Volevo andare assolutamente a Woodstock. Era l’evento dell’anno, qualcosa di inimmaginabile, di incredibile! Come potevo mancare?! Avevo trovato i biglietti all’ultimo momento. Mia madre non ne voleva sapere, mio padre ancora non era a conoscenza della volontà della figlia e mia nonna non commentava. Una donnina dell’ottocento, buona, silenziosa, non capiva nulla.

“Sally, magari ha ragione. Può essere pericoloso…” si intromise Paul, sempre molto calmo.

“Oh, per favore,non cominciare anche tu!”

“Non rispondere così al tuo ragazzo!”

“Mamma, per piacere…” risi io, con la mia solita ironia.

“Non voglio che tu vada in quei postacci! Chissà che gente c’è!”

“C’è gente come me, mamma! Che vuoi che sia un concerto!”

“Come?! Quella cosa,lì, che tu chiami concerto, dura tre giorni! Vi ammazzerete di droga, di fumo, di sesso!”

“Ma per piacere… !” sbuffai ancora, stufa di quei discorsi.

“Sally, guarda, io non voglio. Senti tuo padre,ma non credo che potrai”

“Mamma, andiamo, mi serve solo un po’ di denaro per il viaggio ed è fatta”

“No! No, no e no”

“Suvvia, Mary, lasciala andare!” disse, a sorpresa, la nonnina!

Tutti ci gelammo. Tutti rimanemmo zitti. Nessuno parlò. Fui io, poi, a rompere il silenzio, urlando e ridendo: “Nonna, ma tu sei la migliore!” .

Forse perché la nonna aveva sconvolto tutti, forse perché quando mi ci mettevo era davvero stressante, forse perché alla fine sembrava normale pure a loro un concerto…Bhe: i Wallace mandarono la loro cara figlia in America!

Venerdì 15 agosto del 1969…preparai una borsa, dei soldi, tanta energia e… partii.

Andai all’aeroporto con Hollie e salutai freddamente Paul,dicendogli che quando sarei tornata sarebbero stati insieme… ma non ora. Non quando ero a Woodstock!

Io e Hollie partimmo e raggiungemmo il continente tanto sognato dai giovani come me.

“Sei emozionata?”mi chiese lei, seduta sulla poltroncina dell’aereo.

“Sì, Hollie. Ti giuro,non so come calmarmi!”

“Adesso siamo sull’aereo, non posso, ma poi te lo faccio vedere come calmarci!”

“No, Hollie, questa volta non la voglio”

“Eddai, l’abbiamo comprata…”

“Lo so, ma non la voglio. Troveremo sicuramente qualcuno che amerà condividere con te tutta quella roba”

“E’ eroina, amore…”

“Lo so”

“Eddai”

“NO,Hollie, davvero”

“Ok! Però poi non la chiedere è!”

“OK!”

Il viaggio durò tanto e noi due amiche facevamo un casino immenso! Cantavamo a squarciagola tutte le canzoni più belle del periodo, dando fastidio a molta gente presente sull’aereo.

“Hey, voi due… Andate a Woodstock, è?” disse un uomo con i capelli lunghi e la barba lunghissima!

“Sì!” urlammo noi!

Un altro ce lo chiese, una coppia di giapponesi pure, e così via!

Abbiamo conosciuto tantissime persone durante quel massacrante volo, parlammo con quasi tutto l’aereo e ognuno di loro raccontava il perché stesse andando a quel concerto.

“Io vado lì per Roger!” disse Hollie

“Roger Daltrey?” domandò una donna che aveva fatto comitiva con noi.

“Sì! Lo amo! E’ fantastico! E poi voglio vedere anche Janis come si veste ai concerti, se è davvero così sorridente come dicono tutti! Inoltre voglio godermi il bel sedere di Simon e Garfunkel!”

“E tu, biondina, perché ci vai?” un uomo dall’aria buona e serene mi domandò.

“Io? Io vado lì per… Tommy”fui pronta a rispondere, con un gran sorriso.

“E chi è Tommy?!” rise Hollie

“Tommy è il mio motivo”dissi io

“Ma chi è?!”

“Tommy è un ragazzo con molti problemi mentali causati dal viscido dell’amante di sua madre dopo la notte in cui uccise suo padre, turbato psicologicamente, con una vita abbastanza normale ma piena di traumi. E’ diventato cieco, sordo e muto… e alla fine Tommy prega, prega, e urla: “Guardami! Sentimi! Toccami! Guariscimi!”” feci la teatrale, come sempre.

“Hehe! Tommy degli Who, vuoi dire! Sei una fan del gruppo?” mi domandò un altro ragazzo.

“No, sono una fan di quelle canzoni” gli risposi, con sguardo sognante e impaziente di arrivare in quel posto.

Molti erano lì per gli Sweetwater, altri per Janis Joplin, tanti per Jimi, altri per Ravi Shankar, Santana, Canned Heat, Joe Cocker, altri ancora per i Greatful Dead eccetera, eccetera, eccetera!!!

Il vero motivo, però, per cui, poi, oltre mezzo milione di persone accorse lì,fu la musica, sì, ma anche e soprattutto una voglia matta di stare insieme. Un’euforia di sentire, di provare, di credere insieme. C’era quella voglia, quel desiderio di cambiare davvero le cose, di realizzare i migliori ideali dando spazio alla libertà,alla pace,all’amore, all’armonia! C’era la gioia della condivisione, ognuno di loro era sicuro di avere accanto a sé il più antipatico degli antipatici ma sicuramente pronto a urlare i propri diritti, a farli valere, a passarti una canna, a cantare una canzone con te, a sognare un mondo migliore… davvero.

La musica era un nobile pretesto per dimostrare a quella parte di mondo dei “benpensanti” che le cose non vanno così bene come credono loro, che c’è bisogno di urlarle le cose, di tirarle fuori! C’è bisogno di stare insieme, di parlare, di amare, di capire, di ascoltare. Di suonare.

E fu così che io e Hollie ci addentrammo in mezzo alla magica folla di Woodstock, del più grande concerto rock della storia del mondo.

Per la strada incontravamo sempre più gente che intonava l’inno hippie di quel tempo, “Mr. Tambourine Man” di Bob Dylan.

Ero felice, ero contenta, ero estasiata da tanta apertura mentale, da così tanto creduta voglia di cambiare. DI stare assieme.

Non mi immaginavo minimamente quanto, poi, invece, la gente, sarebbe stata sola più in là negli anni.

“hey mr. tambourine man, play a song for me, I’m not sleepy and I have no place i’m going to” cantavano tutti per la strada, mentre raggiungevano il posto magico.

Quando io e Hollie arrivammo a farci strappare il biglietto quello “strap” fu come musica per noi! Entrammo in quell’enorme vallata, in quel posticino per,al massimo,duecentomila persone e fummo colpite subito dai comportamenti della gente: qualcuno faceva sesso, qualcun altro fumava liberamente con la polizia vicina, qualcuno cantava con le chitarre in mano… ma soprattutto: la gente si buttava nel fango e faceva il bagno come fosse nel mare!

“Oh mio dio, Hollie, questo è il mio Mondo! E’ così che deve essere! Ma guarda!” gridai entrando nella mischia..

La soddisfazione e la spensieratezza mai superficiale di quei giovani aveva riempito un posto molto grande. La musica ha un potere ipnotico illimitato, e quei tre giorni era riuscita a stregare tutti.

Un flusso continuo di gente si presentava in quell’ accampamento di musica e d’amore, il fumo imbambolava anche chi non faceva alcun tiro, la musica era alta, da capogiro, la gente sul palco non aveva assolutamente niente in più a quella che stava sotto, tutti erano uguali, ognuno si sentiva se stesso e non aveva nulla di cui vergognarsi, da nascondere.

Era bellissimo, essere lì. Bellissimo, davvero.

Non ho alcun ricordo di un momento migliore nella mia vita prima di quello.

Passammo la notte lì, tra una canna e un sorso di birra, tra un bacio e un altro dato a chi capitava! I gruppi continuavano a suonare e nessuno aveva intenzione di andarsene da quel posto.

Fu proprio durante quella notte che conobbi un certo Charles…che, poi, indovina chi sarebbe diventato? Proprio mio marito. Ma questo più avanti. Quella notte ci incontrammo per caso, lui rollava una canna e io facevo la cretina con un suo amico.

“Quanto hai ancora da fare la stupida?” mi domandò Charles. Mi apparse subito molto antipatico e impiccione, perché non c’eravamo mai rivolti la parola, eppure mi disse in quel modo.

“Scusa, tu chi sei?” gli domandai io, allora, altrettanto aggressivamente.

“Piacere, Charles” mi dette la mano e ci presentammo.

“Sally” dissi e gli sorrisi.

Com’era bello… Bellissimo. Occhi verdi, capelli castani spettinati e al vento, barba corta ma non curata. I baffi si vedevano poco.

Continuammo a guardarci per così tanto tempo che alla fine ci alzammo uno dopo l’altra e ci sdraiammo a terra, finendoci di fumo e di racconti di terre lontane viste in quegli anni, di leggende fantastiche, di storie! Non ci fu nemmeno un bacio, ma rimase quel qualcosa che poi si è svelato essere molto, col tempo.  

Ci scambiammo il numero di telefono, visto che anche lui era inglese. Abitava a Manchester, e da quel giorno, fino al 1978, non l’ho più visto né sentito.

E’ pazzesco, quando ci ripenso mi vengono i brividi!

In quei giorni capii molte cose: la gente era bella. Capii che le persone erano una ricchezza fondamentale di cui dover accerchiarsi per vivere e crescere bene.

Ci battevamo contro la pena di morte, contro le ingiustizie, eravamo convinti e sai perché potevamo lottare così? Sai come mai in quei tempi eravamo così tanti? Perché sapevamo di non essere soli. Ognuno aveva la ferma consapevolezza che qualunque cosa avrebbe pensato non sarebbe stato da solo. Le idee venivano urlate, ai sogni veniva data voce, ai valori un nome, alle emozioni un colore… Si sapeva parlare, dialogare.

Attenta, non era un mondo così stupendo: la gente si sfasciava di eroina, si contraevano molte malattie, si moriva di overdose… Ma ciò che faceva la differenza era la potenza di certe idee. La forza delle idee superava quella del denaro.

Il mio cuore batteva felice, stava bene. Nel momento in cui gli Who, alle 3 del mattino, arrivarono su quel benedetto palco, però… il mio cuore si fermò. Si fermò perché non ci credeva. Avevo davanti a me i miei miti, la musica che amavo, le parole che avrei voluto sempre scrivere. Tutto ciò che amavo era lì.

Quella performance non me la sono mai più dimenticata. Mai più. Tutt’oggi ripenso a quel momento con emozione, con la solita sensazione, con il viso acceso di stupore.

Capisci, per me avere di fronte, in quel contesto, le quattro persone che avevano acceso i miei sensi sin da quando ascoltai per la prima volta My Generation…era realtà apparente.

Successe una confusione immensa, ma fu un grande concerto.

Il terzo giorno terminò con Jimi Handrix e, tesoro, fece un’apparizione stupefacente. Quello che ho sempre preferito di Townshend, il chitarrista degli Who, rispetto a Handrix, era il potere col quale comunicava con noi. Il pubblico Townshend se lo mangiava, lo faceva suo,lo incantava e ci parlava con le note.  Handrix suonava, e mamma mia come suonava! Era il dio della chitarra. Ma era più distaccato da noi. Ad ogni modo… furono entrambi eccezionali.

Ciò che mi cambiò la vita, e me la cambia ogni volta che ci ripenso, fu il post festival.

Non appena Handrix suonò l’ultima nota la magia di Woodstock si tramutò troppo velocemente in uno splendido e fantastico ricordo.

Io e Hollie stavamo camminando in mezzo alla corrente del fiume di persone che se ne andava e chiacchieravamo con gli occhi rossi e le lacrime di gioia. Eravamo a braccetto, quando un ci fermammo per fumarci una sigaretta. Si conobbero due ragazzi scozzesi, e rimanemmo li con loro.

Incontrammo Janis Joplin,  matta,  dolcissima e simpaticissima, facemmo conoscenza con un sacco di altri artisti.

Proprio mentre parlavamo con loro mi sentii male. Ebbi come la sensazione di svenire e mi recai lontana dalle luci, appartandomi verso il bosco circotante. Vomitai e mi accesi una sigaretta.

Mi appoggiai ad un albero e cercai di rilassarmi. Mamma mia quanto mi girava la testa, quanto mi girava! Me lo ricordo come se mi stesse girando adesso!

Improvvisamente, nel silenzio di quel caos ancora impresso nelle orecchie, una voce mi spaventò, chiedendomi: “Troppa birra?”.

Mi si gelò il sangue e mi voltai con fatica. Dal bosco un uomo che all’inizio non riconobbi era davanti a me.

“Fosse il male della birra” dissi io, facendolo ridere.

“Hai bisogno di qualcosa?” mi domandò gentilmente.

“Sì, fammi un’endovena di energia” dissi, stanca morta.

“Guarda che ti prendo sul serio” mi sorrise.

Lo guardai sorridere e mi resi conto di una cosa: quell’uomo lo conoscevo già. Oddio, non voglio chiamarlo uomo, aveva appena ventiquattro anni, due in più di me. Eravamo due ragazzini.

Più lo guardavo e più lo trovavo meraviglioso. Era obiettivamente brutto, intendiamoci! Ma io lo trovavo stupendo. Aveva quel “che” dell’artista, quel modo di fare da finto imbranato, da timido ma passionale… Man mano che si avvicinava con quella sigaretta accesa e quel naso grande, potevo scoprire i suoi occhi: azzurri cielo. I capelli erano scurissimi e abbastanza lunghi, mentre la barba era appena visibile.

Io indossavo gli occhiali da sole, li tenevo sempre, anche e soprattutto quando non c’era il sole! Me li tolsi e lo fissai negli occhi tristi e profondi.

Non appena mi resi conto di chi fosse quel ragazzo il mio cuore cominciò a battere all’impazzata, le mie gambe a tremare, la mia pancia a far rumore. Ogni cosa nel mio corpo si era messa in moto!

“Come ti chiami?”mi chiese ponendomi la mano

“Sally” risposi io e gliela strinsi forte.

“Peter, piacere”

“Se speri anche solo per un attimo che io sia una di quelle eccezioni di donna che non ti conosce e credi di poter giocare su questo per portarmi a letto… hai sbagliato” dissi toccandomi le tempie, massaggiandomi la testa che continuava a fare di vortici immensi.

Peter si mise a ridere e mi fissò con occhi dolci e di sfida contemporaneamente.

“Peccato, mi è andata male” disse ironicamente.

“E ora che farai? Spaccherai la chitarra in testa anche a me?” volli alludere al giorno prima, in cui lui spaccò in testa ad un hippie, reo di aver interrotto il loro show, la sua chitarra.

Lui rise e capii che quel gesto non gli era rimasto come un vanto. Tutt’altro.

Era così strano avere il chitarrista dei miei sogni musicali davanti a me. Ti giuro che tutto avrei pensato tranne che incontrandolo sarei stata così calma e tranquilla. Tutto avrei creduto fuorché incontrando Pete Townshend avrei reagito come se avessi incontrato una persona qualsiasi.

“Che fai ora?”

“Credo che io e la mia amica Hollie passeremo del tempo in aeroporto e appena parte un volo per Londra ci imbarchiamo” dissi finendo la sigaretta.

“Vuoi?” me ne offrì una lui.

“Grazie” la presi.

“Io andrò ad una festa con tanta gente. Vuoi venire?”

Non credevo alle mie orecchie.

“Beh,non saprei”

“Se non ti và possiamo anche starcene tutta la notte qui, a fumare, a fare il bagno nudi nel lago, e fare l’amore fino a che non saremo così stremati da chiederci per favore di smetterla. Se vuoi possiamo andare a mangiare e strafogarci di fish and chips, di muffin e di cioccolato. Sennò potremmo stenderci nel mezzo dello spazio in cui c’erano tutte quelle persone qualche ora fa. Guardiamo la gente che mette a posto e corriamo fino a che le luci non saranno spente. Poi ci stendiamo e osserviamo il cielo”

Io non credevo a quel che mi stava succedendo. Ero certa che tutto ciò fosse frutto dell’alcool e della marijuana! Rimasi sbalordita e non fiatai. Mandai giù un nodo alla gola enorme e poi iniziai a ridere come una cretina.

“Mi stai chiedendo di portarti via o mi sbaglio?” gli chiesi alla fine.

“Esattamente” sorrise lui e fumò l’ultima sigaretta.

Io ero fin troppo normale… era lui che sembrava agitato, e non poco.

Ricordo benissimo quel suono. C’era un suono fra di noi. Era il suono della passione. E noi lo percepimmo immediatamente.

“Perché io?” mi venne spontaneo di chiedergli.

“Perché sei l’unica ragazzina bionda appoggiata ad una corteccia che si massaggia le tempie dopo tre giorni di sfascio totale, vicino ad un bosco! E perché preferisci vomitare da sola e perderti l’occasione di sentirti importante accanto ad un’artista famoso e pieno di groupie. Ah, e poi non hai cominciato a fare l’idiota non appena mi hai visto”

Devo ammettere che la cosa che mi colpì maggiormente di tutto quel discorso non fu la volontà subdola di farmi qualche complimento, bensì il fatto che ciò testimoniava che lui… mi aveva osservata! Questo mi fece andare in paradiso.

Un artista così grande per me che mi osserva… Un sogno!

Ti giuro che avevo il terrore di svegliarmi da un momento all’altro.

“Perché, avrei dovuto urlare e saltarti addosso?” mi venne proprio naturale

“Perché sono Pete Townshend e non Pete e basta”

“Wow, allora è vera la storia che voi star ve la tirate in maniera assurda”

“Dici?”

“Sì. A me non cambia un granchè farmi guardare da te o da un altro stordita da tre giorni di fuoco, vomitare in mezzo al prato e debosciata accasciata ad un albero. Faccio comunque una bella figura di merda”

Pete rise ancora. Lo divertivo, lo incuriosivo e me ne rendevo conto. E mi piaceva!

“Non ti preoccupare, non lo dirò a nessuno” mi schernì.

“Quelli sono tuoi amici?” mi chiese, poi, appoggiandosi all’albero di fronte al mio ed indicando Hollie e gli altri.

“La ragazza mora con la maglia rossa sì. Gli altri no”

Pete mi guardava  con i suoi occhi bellissimi. L’unica cosa di bello che aveva, fisicamente parlando!

Non riuscivo a dire altro, mi sentivo banale e troppo scrutata! Indossavo degli stivali alti fino a sotto le ginocchia, jeans e maglietta bianca. Avevo un nastro verde smeraldo fra i capelli e li tenevo sciolti, mossi, biondissimi. Ricordo bene tutto, ogni dettaglio. Lui, invece, indossava una specie di tuta bianca che aveva tenuto per tutto il concerto.

“Devo andare” dissi ma non so perché.

“Ok” mi disse lui, deludendomi.

“Ci vediamo”

“Magari sì”

“Magari no”

“Io lo spero”

“Anch’io”

Ci salutammo così. Senza dirci una parola di più. Ci guardammo allontanarci…e poi non facemmo più nemmeno quello.

Non so perché, ma non dissi niente a Hollie. Non dissi nulla alla mia migliore amica di chi avevo incontrato, di chi mi aveva parlato. Non mi avrebbe creduto, e io non avevo assolutamente voglia di discutere o di essere messa in discussione. Non quella notte. Quella magica notte.

E poi, diciamocelo, ero veramente troppo disfatta per esaltarmi e gioire!

La fortuna stava dalla parte mia e di Hollie, quel giorno, perché riuscimmo ad entrare in uno degli alberghi in cui si davano feste e festini. Fu bello entrare in un albergo di lusso, in un posto così curato, così stupendo.

C’erano televisori ovunque, spaccati; microfoni e strumenti completamente distrutti. Pete e gli Who avevano dato il via a questi atti vandalici che qualcuno chiamava ARTE.

Musica, fumo, alcool… di nuovo questa vita, solo in un hotel invece che in un prato. Woodstock non era finito!

Ricordo che girai tutto l’edificio in cerca di una stanza non occupata, tranquillamente desolata. Non fu facile ma la trovai. Dissi a Hollie di cercarmi quando avrebbe voluto partire e lei rimase con i ragazzi scozzesi a far casino.

Mi distesi su quel materasso matrimoniale, assolutamente pulito e comodo.

Ero felice di quella mia momentanea e ricercatissima solitudine. Apparivo davvero distrutta…e in effetti… lo ero.

 

 

                                                          Il giorno dopo

 

Io dormivo pesantemente. Non avevo intenzione di muovermi da quel letto,no, per nulla! Mi sentivo chiamare: “Sally… Sally” e borbottavo qualcosa come: “No, Hollie, andiamo via domani”.

In realtà non era Hollie. Era Pete.

Il sole stava nascendo e dalle finestre si intravedeva un accenno di luce rossastra.

“Allora è destino, è” disse lui, seduto su di una sedia, davanti a me.

“Non è possibile. C’eri anche tu?”

“Sì. Mi hai fregato l’unica stanza libera rimasta”

“Mi dispiace, forse è meglio se riposi, hai fatto un concerto”

“No, non preoccuparti, grazie. Solo… mi chiedevo se fosse davvero destino!”

Io risi e mi alzai dal letto. Lui, allora, si distese e mi guardò mettermi gli stivali.

“Devo cercare Hollie e andarmene” sbadigliai

“Rimani un po’ qui…”sussurrò lui, fumando.

“No…” dissi io, col cuore in gola.

“E che ti costa?”

“Una scopata”

Non appena dissi così si alzò e iniziò a ridere!

“Ma per chi mi hai preso, scusa? Sono sposato, sai?”

“Ma per piacere… chissà quante gliene hai fatte”

Pete si zittì e sorrise abbassando lo sguardo.

“Comunque non ti voglio scopare. Se rimani sono felice di passare qualche minuto in più con te”

Quelle parole mi sono risuonate in testa ogni volta che chiudevo gli occhi prima di dormire, per anni e anni.

Fui presa dal momento e decisi di rimanere.

Mi distesi sul letto e lui fece lo stesso. Chiusi gli occhi e ho ancora il dolce sospetto che lui non l’abbia mai fatto. Mi ha guardata per tutto il tempo in cui ho dormito, perché sentivo i suoi occhi sulla mia pelle.

Quando mi svegliai lui dormiva. Era dolcissimo.

Mi alzai dal letto e presi la mia borsa. Andai in bagno per lavarmi la faccia e poi uscii. Lui dormiva ancora.

Furono i miei stivali a svegliarlo.

“Te ne vai?”

“Sì… Devo cercare Hollie. E devo tornare a Londra”

“Ti accompagno” mi disse rivestendosi.

Io non so se in quel momento ero talmente giovane e presa di me da non rendermi conto di ciò che mi stava succedendo, oppure se non lo facevo solo perché non cambia niente avere un uomo o avercene uno famoso davanti.

Mi sembrava tutto troppo perfetto, quasi fatto apposta. Avevo paura che da un momento all’altro saltasse fuori una televisione americana e mi facesse: “Piaciuto lo scherzo?”.

Pete Tonshend che mi ha parlato… mi ha sorriso… mi ha offerto una sigaretta… mi ha proposto di fuggire romanticamente con lui… mi ha trovata in camera da sola e non ha fatto niente per mandarmi via…ha dormito con me… e ora mi accompagna dove?! Sta per finire tutto! Riuscivo a pensare solo così.

Uscimmo dalla camera e andammo nella hall dell’hotel, dove c’erano polizia e carabinieri e guardie del corpo.

“Che succede?” domandai impaurita.

“Non ti preoccupare, ci penso io” mi disse e si avvicinò alla folla di gente.

Un mucchio di ragazze dai vestiti appariscenti e intriganti si avvinghiarono a Pete e lo salutarono come se lo conoscessero da sempre. Solo dopo mi resi conto di essere una povera sciocca: quelle erano groupie. Se le era fatte di sicuro una ad una durante chissà quanti tour o momenti lontani da casa.

D’improvviso vidi davanti a me un ragazzo poco alto, dall’espressione matta e simpatica, con gli occhi vispi e un modo di fare allegro e schizzato. Non ci misi molto a capire che si trattava di Moon, il batterista della band.

Lo stavano “sgridando” perché aveva il brutto vizio di rompere ogni oggetto degli alberghi.

“Hey, Pete! Diglielo tu che è arte!”

“Sicuro! E’ arte!”

L’ironia di Pete era dettata da uno stato di disagio immenso. Lui era in quella situazione per una sola colpa: scriveva canzoni meravigliosamente belle e quello era l’unico modo per dare al pubblico tante emozioni. Dopo subentrò l’affetto e si sentì, forse,addirittura parte della band.

Dopo un po’ che parlavano spuntò fuori Roger, contornato di bellissime groupie.

Quando vidi Roger pensai subito a Hollie! Lei lo adorava. Era bello, ma più che bello era maestoso. Piccolo, basso, cocciuto e aggressivo. Ma era maestoso.

Poco dopo la band era al completo: John era lì, con altrettante donne.

Mi domandai perché io fossi con loro. Non c’era un reale motivo, era capitato tutto per caso. Non mi ero né meritata né cercata una cosa simile.

Pete, dopo aver “trattato” con le forze dell’ordine e aver “salvato il culo” a Keith Moon, si rivolse a me e mi sorrise.

Mi aspettavo un arrivederci e forse un bacetto, non quel che successe realmente.

“Vieni, ti porto io la borsa” mi disse e me la prese.

“No, ti ringrazio, ma devo trovare Hollie”

“La tua amica è già andata via”

“E dove?!” mi impaurii.

“Me lo ha detto Keith, gliel’ho chiesto”

Io mi sentii morire. Io, sola, negli Stati Uniti! Aiuto!.

Lasciai che mi portasse la borsa, convinta che sarei andata via presto.

Il gruppone, tra gli Who , le groupies e i fans più stretti, era tutto concentrato all’uscita e le ragazze mi guardavano come se sperassero che morissi da un momento all’altro. Avranno sicuramente pensato che io e Pete avevamo fatto sesso la notte prima.

Non mi dispiaceva che loro mi odiassero!

“Ciao, tu sei l’amica di Hollie?” mi domandò Roger, come se fosse un compagno di liceo.

“S-sì… ciao!” gli strinsi la mano

“Gran bella ragazza, come ti chiami?” fece il cretino

“Sally!”

“Roger! Ascolta, la tua amica appena mi ha visto è svenuta e l’hanno portata al pronto soccorso. Ha detto di aspettarla all’aeroporto e che lì ci saranno anche gli scozzesi. Non so come ho fatto a ricordarmene!” rise

“Ti ringrazio… Beh, allora andrò lì” sorrisi e sentivo sempre di più una vena onirica in tutto quel che stavo vivendo!

Pete non parlò,mi guardò un attimo e mi fece cenno di seguirlo.

Ci appartammo in una via, fuori dall’hotel.

“Che fai?” gli domandai, curiosa

“Ascolta, aspettami qui, oK? Così ti accompagno all’aeroporto”

Io sbarrai gli occhi in fuori e dissi un “ok” che forse era un gemito venuto male!

Lui si allontanò e vidi che parlava con Roger. Ci parlò pochissimo e tornò da me.

“Sally,prendi la mia mano!” e io lo feci senza indugiare nemmeno per un attimo!

Cominciammo a correre… Non puoi immaginare la sensazione che provai in quel momento. Correvamo insieme non capivo più nulla. Avevo la testa sulle spalle ma volavo sulle nuvole… Correvo con Pete, Pete Townshend! Non servì a nulla quella corsa, a dire il vero. Non gli ho mai dato importanza per i primi tempi; ma col passare del tempo… ho ripensato soprattutto a quella.

Fu una corsa liberatoria, durante la quale ridemmo e urlammo.

Da quel momento non lo vidi più…………per circa due giorni.

In quei due giorni ero rimasta in un albergo nelle vicinanze di Woodstock. Hollie non stava bene e non potevamo tornare a casa.

Ero nella camera, e avevo la radio a tutto volume. C’era “Piece of my heart” di Janis Joplin e mi dilettavo a cantarla, facendo una specie di show da sola, mentre rimettevo a posto i miei vestiti. Non mi ero accorta che, sulla porta, c’era Pete. Me ne accorsi solo quando sentii un suo applauso!

“Pensavo fossi andato via, siete in questo albergo?” dissi abbassando il volume, vergognandomi come una ladra!

“E invece no”

“Ma che ci fai qui?”

“Complimenti, bella voce”

“Stronzo…” sorrisi e gli detti una piccola spinta.

“Beh, sono qui per te”

“In che senso?”

“Scusa, Sally. Prendimi pure per uno squilibrato voglioso di sesso, ma io.. non faccio che pensarti da tre giorni”

A quel punto non sapevo se ridere, se uccidermi, se lasciarmi svenire. Decisi di apparire forte e insensibile.

“Io ho la testa a posto, ho il gruppo, la fama, la donna, ho il pubblico… Ma che posso farci se non smetto di pensarti?” ricominciò a dire, dopo il mio silenzio.

“In realtà che ci fai qui?”

“Secondo te che ci faccio?” mi chiese timidamente. Era agitato, molto nervoso.

“Ma tu devi avere esagerato con l’eroina”

“No, sono pulito. E ti cerco da stanotte.” sorrise.

Che avrei dovuto dire? Ormai era tutto fatto, bastava che gli andassi addosso e lo baciassi e finalmente sarebbe stato tutto fatto. Tutto concluso. Tutto un ricordo.

“Cosa vuoi?” gli chiesi, con classe!

Lui non perse tempo. Mi prese e mi appiccicò al suo corpo. Mi guardò un attimo, mise una mano dietro la mia nuca,l’altra l’appoggiò sulla mia schiena,per tenermi stretta.

Mi dette un bacio che aveva del soprannaturale. Un bacio che descrivere nei dettagli non si può, perché la passione che c’era non è commentabile né possibile da tradurre nelle parole. Io so solo che quel bacio è stato il più incantevole, il più bello, il più passionale, il più intenso bacio che abbia mai dato nella mia vita. E io ricambiai, intendiamoci!

Mi prese in braccio, mi appoggiò al muro dei corridoi e finalmente la passione cominciò a prendere vita.

Ci ritrovammo nudi, innamorati e in preda al tormento più totale, più devastante, più violento, più intenso.

Fare l’amore con lui non è stato un gesto umano. E’ stato qualcosa di divino. Ogni mossa era come una nota che veniva suonata, come un quadro che veniva creato… Io non so dirti come mi sentivo, non so esprimere quell’emozione.

Le sue labbra sulle mie, i graffi della passione sulla nostra pelle, quel sapore e quel profumo di lui, di noi, che mai mi dimenticherò. Mi sembra quasi di sentirlo, adesso, mentre ti racconto queste cose.

E non far caso, tesoro mio, a queste lacrime che appaiono nei miei occhi, loro sono solo una piccola testimonianza di quanta emozione mi provoca ricordarmi di Pete.

Non mi illusi nemmeno per un istante che quel batter d’occhio sarebbe durato di più. E sai una cosa? Feci bene a non illudermi.

 

 

                                                          San Francisco

 

Quando sei innamorato non capisci più nulla. Ma quando sei succube e preda della passione… è peggio. Quando sei in balia delle emozioni sai che queste finiranno presto. Sei cosciente del fatto che, prima o poi, ma sempre prima che poi, tutto quell’incanto finirà. Al contrario, quando sei innamorato, sei sicuro che quella sensazione la proverai per sempre.

In quel momento io e Pete non eravamo innamorati quanto prede succulente della passione. Eravamo innamorati di noi, di quel che stavamo facendo.

Dopo quella volta in albergo scappammo. Esatto, scappammo via. Dove? A San Francisco.

Prendemmo un aereo e partimmo. Non pensammo a nulla, a nessuno, né a Hollie, né a Karen. A niente. Solo a vivere quel momento che, con molta probabilità, sarebbe finito presto.

Pete aveva i soldi, io l’entusiasmo e la forza di andare avanti, di fare, di inventare.

Pete possedeva l’arte, io la sapevo cogliere. Pete era intelligente e profondo, io acuta e intensa. Lui scriveva, io correggevo.

Passammo i migliori giorni della nostra vita, non uscimmo da quella stanza per un mese.

Vegetavamo di noi, esistevamo solo del nostro amore. Non c’era niente di più bello, che ci desse tanta gioia.

Abbiamo fatto l’amore praticamente ogni giorno, ogni mattina, pomeriggio, sera… Ci siamo ubriacati, abbiamo fumato, riattaccato il telefono in faccia a chi ci chiamava! Uscivamo solo la notte, se ci andava, per le strade deserte! Incontravamo solo il vento, le stelle, la luna, il caldo e la musica.

Avevamo preso un piccolo appartamento nel centro di San Francisco e fantasticavamo su come sarebbero stati i nostri figli, su ciò che avremmo raccontato a loro… di quello che avrebbero pensato di noi.

Ma la cosa che più mi ha mandato fuori di testa in tutti questi anni…è stata pensare che mentre mi sfiorava, mi baciava…le note delle canzoni gli giravano in testa, gli scorrevano nel sangue… E’ qualcosa che mi ha sempre fatto impazzire.

Dopo una decina di giorni ci degnammo di telefonare a casa.

“Mamma, sono Sally!”

“Per l’amor di Dio, John! E’ Sally! Sally, brutta traditrice! Ma dove sei?! Stavamo per chiamare la polizia,se non fosse stato per la tua cartolina da Woodstock!”

“Mamma, scusami, ero solo un po’ presa da alcune cose”

“Al diavolo, SallY! Questa me la paghi! Dove sei?!”

“Sono… a New York… “

“Coooosa?! O mio Dio! Ma perché non ci hai avvertito!”

“Ma perché… perché non devo farlo per forza, su, mamma!”

“Hollie è tornata dicendo che sei scomparsa e che le hai lasciato solo un biglietto con scritto di non dire nulla ai tuoi, sto bene, a presto! Ma ti rendi conto?!”

“Sì, ma ora devo andare”

“E quando torni?”

“Presto,mamma, presto”

“Dean non sta molto bene”

“Cos’ha?”

“Non lo sappiamo ancora…Ti prego, amore, torna, abbiamo bisogno anche di te”

“Mamma, stai tranquilla,torno. Per ora, però, sto qui. Tornerò presto”

“Ma-ma-ma con chi sei?!”

“Ciao!” attaccai prima che iniziasse di nuovo a rompere.

Pete era stato tutto il tempo a farmi ridere al telefono… Poi,però, toccò a me!

“Ma non ti senti una merda?”

“Per cosa?”

“Per la tua donna!”

A quella domanda mi guardò, sorrise e mi baciò.

“Sai una cosa?”

“No, dimmela”

“Non mi sento come se stessi tradendo lei”

“Ah no?”

“No. Piuttosto… Se penso a me con lei… mi sento come se tradissi te”.

Lo disse con naturalezza, mentre fumava. Era incredibile, e io mi commossi, nascondendomi gli occhi senza guardarlo.

“Stiamo insieme, viviamo, fantastichiamo, facciamo tutto questo…. prima di diventare troppo vecchi”, non faceva che ripetermi.

Ho i brividi se solo ripenso a quegli attimi, a quei sorrisi. A quelle carezze.

Un giorno telefonò Roger.

“Pete, io capisco che tu sia emotivamente coinvolto e preziosamente innamorato, ma qui c’è il caos più totale, Keith combina guai ogni due secondi, John non si calma nemmeno se glielo chiedi per favore,c’è da riprendere un tour, c’è il mondo da fare!… e io… beh, lo sai..io senza te che faccio?”

Io sentii le sue parole ed ebbi come l’impressione che quei due si amassero. Non parlo di omosessualità, parlo di quell’amore-odio che c’è tra fratelli, tra amici di sangue.

Pete non disse nulla, lo ascoltava. Mi guardava e capiva che capivo.

“Ok, ROger, arrivo il prima possibile. Grazie”

“E di che?”

“Della fedeltà” gli disse Pete.

Dopo quella telefonata ci abbracciammo e ci addormentammo insieme.

Ogni tanto, quando dormivo, lui scriveva. Mi guardava e scriveva. Era una cosa che mi esaltava, mi riempiva di forza e di sicurezza.

Quella notte rimase sveglio e non chiuse occhio. La mattina dopo,quando mi svegliai, lo trovai a pancia in su,che aveva preso sonno forse da dieci minuti. Aveva dei fogli sul petto, fra le mani, sparsi vicini a me. Capii che aveva composto, che aveva scritto. E quella fu la mia più grande soddisfazione.

Stavamo diventando complici, amanti, innamorati e appassionati.

C’era quella certezza d’amore, quella serenità. Quell’arma a doppio taglio, perché ti rende cieco e non ti fa pensare al futuro.

Ma ci meditò da solo, il futuro. Fu lui a pensare a noi.

 

 

                                                        Ottobre 1969

 

Telefonai a mia madre, nel cuore della notte. Mi disse che Dean stava malissimo e capii che non era più possibile stargli lontano.

Mi vestii e preparai i bagagli, come se fossi stata lì per due giorni e non per un mese, poco più. Ero fredda, agitata, arrabbiata e nervosa. Avevo fatto mio un mondo, tante cose, tanti ricordi, tante emozioni. E lo stavo lasciando.

Pete si svegliò e mi guardò.

“Non così presto…” disse, facendomi scoppiare in un pianto che non uscì mai. Non riuscii a piangere apertamente. Soffrivo in silenzio.

“Mio fratello sta morendo” dissi, col magone in gola.

“Sally, mi dispiace” venne da me per abbracciarmi, ma lo respinsi.

“Lo so”dissi.

“Ascolta, se vuoi ti accompagno e poi…”

“Poi niente, Pete. Poi basta. Poi c’è la vita. Poi c’è Karen, i miei genitori, la mia esistenza. Ci sono gli Who, il successo, i concerti, le groupie… Poi c’è… c’è che dovrò convivere con questo ricordo per tutto il tempo, per tutta la vita. E so già che sarà dura. Sarà un’impresa.  Ci sono distanze astratte che ci portano lontanissimi l’uno dall’altra. Poi, nulla. Poi…”

“Poi ci siamo noi, Sally”

“No. Poi finisce qui”

Lui mi fissò senza fiatare, per qualche secondo. Aveva gli occhi lucidi.

“Ma io non voglio che tu…Io voglio…” aveva la voce rotta.

“Pete, no. Non mi cercare. Non mi trovare. Un taglio netto fa meno male”

“Ma…se io…Noi, insieme, magari poi…”

“Pete!” gridai, arrabbiata. Non ho mai visto un uomo tanto disperato, sull’orlo di piangere, parlarmi con voce rotta, che non accetta gli eventi.

“Sally, aspetta”

“No!” aprii la porta e lui mi fermò.

“Ma…cosa devo… Sally, e…e noi?” si sforzò si sorridere col viso rigato.

“…” non fui in grado nemmeno io di trattenere quella stramaledetta lacrima. Lo guardai e non fiatai.

“Solo… non dimenticarlo” dissi, poi, accennando un sorriso.

Dovevo tornare alla vita reale, alla vita normale. Che poi, in fondo, che differenze aveva? Io, con lui, ho vissuto la normalità piena. Ho vissuto momenti che se fossero all’ordine del giorno in una coppia … nessuno divorzierebbe.

Fu così che me ne andai.

Non ci baciammo, non ci abbracciammo. Solo uno sguardo, gli occhi lucidi e un vago sorriso in onore di quella dorata parentesi.

Ricordo che presi quell’aereo e non pensai a NIENTE.

Hai presente il vuoto totale? Avevo solo quello in testa.

Avevo i miei quaderni di bozze, di scritti che poi avrei pubblicato, corretti da lui… Lui aveva canzoni ritoccate da me. Le nostre vite erano intrecciate e snodare questo legame sarebbe stato impossibile. Per me… non è facile nemmeno adesso.

 

Una volta a casa scoprii che Dean aveva la leucemia. Morì dopo pochi mesi e raccontai questa storia solo a lui, la sera prima che ci lasciasse.

Sai cosa mi disse? Mi disse: “Certo che ve la siete spassata alla grande. Se sapevo che eri con lui e che vivevi una cosa simile non avrei mai insistito per farti tornare”.

Si sentiva in colpa per aver, secondo lui, interrotto il nostro amore. Io gli risposi che nessuno era più importante di un mio fratello.

Lui mi strinse la mano e mi disse: “Grazie per avermelo detto. Terrò il mio segreto stretto per me, terrò questa storia nel mio cuore, in cielo, e ogni volta che vorrai piangere guardami. io te ne racconterò un pezzettino per farti sorridere”.

Il giorno dopo morì, d’improvviso.  E io sentivo un vuoto incolmabile nella mia vita.

 

Due anni dopo uscì il capolavoro degli Who, “Who’s next”, del 1971.

Non avevo il coraggio di ascoltare quel disco. Non ne avevo, lo giuro.

Poi, un giorno, andai in un negozio di musica e lo presi.

Fu una sorpresa -non -sorpresa rivedermi anche solo con la coda dell’occhio in tutte quelle canzoni, o quasi. .

La cosa che mi trafisse nel cuore fu una in particolare: la prima canzone del disco si chiama Baba O’ Riley. Aldilà dei significati intrinseci e reconditi di tutta la storia dell’album, quella canzone l’ho sempre sentita mia. Nostra. Quel testo era per noi. Parlava di noi., Baba O’Riley. Una canzone così eterna che addirittura anche tu ascolti sempre con tanta passione. Era proprio nostra. Lo è.

E con enorme stupore… udii, tra le strofe di quel pezzo, che poi divenne il loro più grande successo, il mio nome: Sally.

 

 

                                                           La liberazione

 

Eryn ha le lacrime che scendono, il cuore che batte. SI asciuga gli occhi con le mani e guarda la nonna con amore.

“E l’hai più incontrato?” le chiede

“No. Mai più. L’ho visto. E conservo il dolce sospetto che anche lui, forse una volta, mi abbia visto”

“Oddio…”

“Tre anni dopo, alla porta di casa mia, bussò un uomo, Charles. Venne a trovarmi, con nostalgia di Woodstock. Mi disse che si era trasferito nei paraggi e che conservava ancora il numero di telefono e l’indirizzo. Passammo del tempo insieme. Scoprimmo di essere fatti l’uno per l’altra e dopo pochi mesi ci sposammo. Tua madre nacque due anni dopo, dopo una lunga serie di viaggi, che ci fecero innamorare”

“E nonno non lo sa della tua avventura?”

“Non lo sa nessuno, tesoro. Solo tu, e il povero Dean” le vengono di nuovo gli occhi lucidi.

“Sono onorata” dice Eryn, commovendosi.

“Aspetta…”

“Cosa?” domanda, eccitata, Eryn

“Nel 1993 ero ad una mostra di quadri, in Irlanda. Era una mostra molto prestigiosa e c’erano tante celebrità. Tra qui… Roger Daltrey”

“MIO DIO! E ti ha vista?”

“Non solo… vista e riconosciuta” dice Sally, con orgoglio.

“E che ti ha detto?”

“Si avvicinò a me non appena Charles si assentò. Mi guardò e mi disse con ironica galanteria: “Miss Wallace”…”

“Non ci posso credere!” ride Eryn

“Davvero! Io mi giro e gli faccio: “Mr Daltrey… come và la vita?”. Lui mi sorride e mi dice: “Benone, E’ ancora bellissima, complimenti. Se non fosse davvero così non l’avrei mai riconosciuta,non trova?”. Io accolsi il complimento e rimasi un attimo in silenzio. Lui capì dal mio sguardo che morivo dalla voglia di sapere qualcosa di Pete. Allora mi allontanò dalla folla e mi disse: “Sta bene, sta bene. E’ sempre più brutto e capriccioso, dice in continuazione “cazzo” come una volta e… beh, sta da Dio,direi”. Io lo abbracciai. Mi venne spontaneo. Ci aveva sempre coperti e io gli volevo bene per questo. Ma soprattutto… era l’unico contatto vivo con Pete. Lui ricambiò l’abbraccio e mi disse: “Se solo sapesse quanto ho sentito parlare di lei. Non poteva dirlo a nessun altro e siccome io lo sapevo… mi assillava! Ogni tanto, anche oggi, mi parla di voi. L’ho sempre detto che quel maledetto genio è matto! Ma cosa gli ha fatto in quel mese? Sono dovuti passare anni prima che smettesse di rammentarla ogni giorno. Ma non devo essere io a dirle certe cose, credo lo sappia da sola. In ogni caso, Miss Wallace, grazie tante, è stato un piacere conoscerla! ” concluse così, vedendo tornare Charles. Io gli strinsi la mano forte, con un magone durissimo in gola.”

“Oddio,nonna… Che bello! E questo foglio, cos’è?”

“Il foglio che hai trovato col suo nome è la copia originale della sua prima bozza di Baba O’ Riley. La scrisse quella notte, quando era stato sveglio a guardarmi, senza dormire”

“Ma vuoi scherzare?!”

“No. Aprila, se vuoi”

Eryn la apre,vede la scrittura. Si emoziona.

“E’ l’unico ricordo materiale che hai?”

“No, ho pure una foto”

“Posso vederla?”

Sally si alza con fatica, sposta un mobile e vengono fuori un sacco di foto, di fogli, di libri. Sono tutte le sue cose personali, oggetti che non vuole condividere con nessuno.

Prende in mano quella foto e la guarda appena. Muore se la osserva.

“Eccola. Lui ne ha una quasi identica” la dà alla nipote.

“Mio dio,nonna, sei bellissima. E lui è… fantastico!”

La foto ritrae due volti, l’uno attaccato all’altro. Lei con gli occhiali da sole, i capelli chiari ,e lui con gli occhi innamorati, la barba cresciuta e il sorriso, che strofina la sua gota destra su quella sinistra di Sally. Era il sunto di una mese. Di un amore.

“Questa foto è meravigliosa”

“Ehhh, sì, le vecchie polaroid, cosa non facevano!”

Le due donne stanno in silenzio.

“MA perché non lo cerchi?”

“Non so nemmeno se è morto o vivo”

“Lo avrebbero detto alla tv se fosse morto!”

“Non voglio rivederlo. La magia rimane magia solo quando è nel suo contesto. Se la sposti… diventa ordinaria normalità. E io voglio ricordare quei momenti come erano davvero. Cioè…magici”

Eryn si alza e l’abbraccia forte.

“Lo sai che questa roba potrebbe valere un sacco di soldi?!” scherza Eryn

“Eccome se lo so!- scherza anche  Sally…- Ma il vero valore che hanno quel foglio e quella foto… nessuno avrà mai nemmeno l’idea di quale sia”.

Eryn prende la giacca e si avvicina alla porta.

“E’ notte fonda, devo tornare, adesso, altrimenti mia madre mi ammazza”

“Perché non domandi anche a lei, qualche volta, come è stata la sua adolescenza?”

“Perché lei non è interessante come te!”

“Le madri sembrano sempre così banali…”

“Lo sono!”

“Non è vero. Te l’ha mai detto della radio che avevano lei e tuo padre, da ragazzi?”

Eryn drizza le orecchie.

“No!”

“Beh.. fattelo raccontare. Vedrai, ti piacerà…”

“Vedremo!”

“Buonanotte amore”

“Notte. Ah, nonna?”

“Sì?”

“Secondo te… torneranno mai quei valori che c’erano quando avevi vent’anni?”

Sally sente un magone crescere. La guarda.

“Se tornerà mai un Peter Townshend a incantarci con le sue canzoni, un Roger a cantarcele così divinamente… Forse” sorride e le butta un bacio, guardando la porta chiudersi.

 

Sally ora è sola. Ora può piangere. E così fa, con una foto e un foglio in mano. Un ricordo che le scorre nelle vene da più di quarant’anni. Un volto, un’era, un bacio, un genio, dei valori, un amore.

Sally si alza, mette a posto quelle cose e si asciuga le lacrime.

Va a letto e guarda suo marito: l’uomo della sua vita.

Spegne la luce. Chiude gli occhi. E intanto canticchia quelle frasi, quelle parole… quella passione divenuta magia, tramite la musica: “ “Sally ,take my hand …Travel south crossland …Let's get together , Before we get much older…”. From Pete to his passion Sally”