The Wall

 

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Recensione del concerto all'Arena di Verona

(by Athos)

Lunedi’ ho assistito al concerto degli Who, all’Arena di Verona. Se retoricamente mi venisse chiesto:”Come e’ andato il concerto?”, ed io rispondessi con la rigida successione degli eventi, descriverei un disastro.
In realta’ ho assistito, forse, al miglior concerto a cui ho partecipato. La mia affermazione ha bisogno di un po’ di preparazione, ed e’ comunque rivolta a chi, come me ,valuta al di la’ dei tecnicismi esasperati  che certi miti sono in grado di fornire sul palco. Ho iniziato a pensare a questo evento molti mesi fa, prima ancora che i biglietti fossero in vendita. Lo idealizzavo come forte sollecitazione di memoria e cuore. Non avevo ancora 10 anni , quando dal registratore a bobine dei miei genitori comparve , tra le altre cose, “Substitute”. A quell’eta’ iniziavano i miei primi “pruriti “ musicali e gli Who, cosi’ come molti altri gruppi, non mi hanno piu’ abbandonato, avvolgendo la mia immaginazione con musiche e drammi variegati. Questa condizione mi ha spinto a comprare 2 biglietti nei migliori posti possibili, all’apertura delle vendite on line. Due biglietti senza sapere se a distanza di mesi sarei riuscito a spostarmi, due biglietti senza sapere a chi fosse destinato il secondo, ma con la speranza della partecipazione di un familiare, per poter condividere l’esperienza. Per una serie di circostanze, alla fine ho chiesto a mio figlio che ha quasi 10 anni…..la storia si ripete. Lui sa gia’ chi era Keith Moon  “per colpa mia”, e dopo aver visto alcuni filmati lo ha soprannominato il batterista pazzo. Comunque accetta di seguirmi, anche se ho la sensazione che voglia farmi un favore. Poco importa, penso, sapra’ rivalutare col tempo questa esperienza, qualunque cosa accada. Arriviamo a Verona col sole  e ci avviciniamo al luogo dell’evento per sentire l’atmosfera. Appena possibile entriamo , e sono forse le 20. Mentre un trio di rocchettari americani si esibisce, mi guardo attorno e l’emozione sale. Non vedo nessun altro bimbo in giro e faccio notare al mio piccolo quanto sia fortunato. Chissa’ se condivide.
Il cielo rumoreggia , ma sembra ancora sereno e alle 21 .15 “The Who” iniziano. Le prime gocce arrivano con “Substitute” e siamo solo al secondo pezzo. Ci copriamo , ombrelli e k-way, immaginando che il problema sia solo nostro e che il palco coperto assicuri la protezione adeguata, ma non e’ cosi’, ed il vento completa l’opera , ed anche lo stato di sicurezza viene a mancare. Alla quinta canzone i riflettori si spengono e Pete si congeda dicendo qualcosa del tipo:”Di solito siete voi a bagnarvi e non io!!!”. Ed e’  il diluvio.
Ripariamo tutti nei meandri dell’Arena, delusi e quasi certi della sospensione. Cerco le parole per giustificarmi davanti  mio figlio , ma non servono, lui si sta divertendo lo stesso. Dopo forse un ora , i movimenti nei cunicoli fanno capire che si rientra. La maggior parte del pubblico e’ rimasta sulle gradinate , in speranzosa attesa. Qualcuno dal palco ci dice che lo spettacolo riprendera’, mentre si asciugano strumenti e pavimento.Un sospiro di sollievo. E loro rientrano  e ripartono le immagini di sottofondo, quelle proiezioni che purtroppo non ho potuto godere appieno per mancanza di visibilita’. Si riparte con” Behind blues eyes”, ma ….ecco il dramma di Roger. La voce e’ sparita, nascosta dal freddo e dall’acqua di questa sera maledetta. Daltrey smette di cantare e impreca, mentre gli altri lo guardano attonito. Non e’ il capriccio di un divo, ma l’impossibilita’ di dare il meglio di se’ davanti al tuo pubblico, un pubblico che aspetta da 40 anni. Si ritirano e dopo poco Pete si ripresenta sconsolato sul palco, accompagnato da uno pseudo traduttore. “Roger non c’e’ la fa, la voce e’ andata via, siamo veramente dispiaciuti..”
E’ il dramma per tutti ora. Ma uno spiraglio si apre e Towsend ci chiede di aspettare ancora qualche minuto. E continua a piovere. Ormai siamo tutti in piedi e si guarda il palco come possibile, nel mio caso tra le aperture lasciate dagli ombrelli. Rientrano sotto un coro di applausi e urla e l’alchimia si compie. La scaletta non e’ piu’ quella originale, ma si propongono i pezzi storici e Pete prende in mano il gruppo….da tutti i punti di vista. Roger continua a scusarsi , ma non e’ certo da un episodio sfortunato che si traggono giudizi e la sua immagine non subisce appannamenti, anzi si fortifica. Cantiamo tutti con lui e cerchiamo di compensare le sue carenze . Ma chi mi impressiona e’ Townshend. E’ fantastico dal punto di vista della ritmica, ma anche i suoi a-solo entusiasmano. Ma la domanda e’:”Da dove arriva tutta quell’energia?!”. Il braccio rotea come 40 anni fa , e le sue posizioni sono uniche.
Riconoscerei la sua ombra fornita di chitarra ovunque…
I pezzi si susseguono, “My generation”, “Magic Bus”, “Won’t Get Fooled Again”, Baba O’Riley”, ed io realizzo che mi sto appropriando di un pezzo di storia. E’ un concerto travagliato  dove ho trovato tutti gli ingredienti, dove non c’e’ stata solo musica, ma una piccola tragedia, nel posto appropriato. E’ un momento in cui ho rivisto amici, solidarieta’ per le tragedie personali, voglia di andare avanti a qualunque costo , con migliaia di persone che spingono sul palco uomini magari schiacciati per un attimo dalla delusione. Mi piace vederla cosi’, senza pensare al businnes, senza riflettere sulle pressioni che i promoter avranno esercitato. Su quel palco c’erano dei mostri di bravura ed esperienza, uomini in difficolta’, e noi che pendevamo dalle loro labbra abbiamo contribuito alla realizzazione di un grande concerto. E io guardando il mio figlioletto stanco, dopo averlo sentito urlare”uuuuu ariu uu uu”, ho immaginato di passargli il testimone, anche se spero di poterlo custodire assieme a lui, ancora per un po'. Lo spettacolo finisce senza bis. Si esce con compostezza dall’Arena e ci si tuffa sui banchetti di maglie contraffatte, tanto da prolungare il sogno.
E l’acqua continua a cadere incessantemente .

This could be the last time The Who, Wembley Arena – London – 27/06/07

(by Giampaolo Corradini)

Almeno non finirà come a Verona: la Wembley Arena è al coperto. Questo era il pensiero fisso di chi scrive, nei giorni precedenti il concerto degli Who a Londra del 27 giugno scorso. Troppo recente (e cocente) la delusione per lo show di Verona per non temere che qualcosa potesse andare storto anche a Londra. E invece…

L’atmosfera è tutta un’altra cosa. Non c’è niente da fare, vedere gli Who a Londra - a casa loro - è un’esperienza esaltante sotto ogni punto di vista. Sia che si tratti, come nel 2006, di un festival nel verde di Hyde Park, oppure, come quest’anno, di un evento da posti numerati al chiuso della Wembley Arena. L’uscita dalla metropolitana, ad esempio, con l’imponente stadio di Wembley sullo sfondo, dà già il senso dell’evento. Ed anche la nutrita schiera di venditori di t-shirt e gadget abusivi, che accoglie il pubblico appena varcata la soglia dell’undeground, emana un senso di esaltazione. Di fronte all’ingresso della Wembley Arena c’è già una discreta calca, anche se mancano ancora due ore allo spettacolo ed i posti sono tutti numerati. Nell’aria si diffondono le note degli Who, che escono a volume contenuto dalle casse di fronte alla Main Entrance.

Un’ora dopo, di fronte ad un’Arena ancora praticamente deserta, tocca ai bravissimi Charlatans provare a scaldare gli animi. Il poco pubblico presente manda segnali di apprezzamento, ma la band inglese avrebbe meritato di più. Manca poco all’inizio, l’Arena è ancora semideserta: il pubblico è tutto accalcato nei bar della struttura, interessato più a bere birra che ad ascoltare l’opening act.

Alle 20,45 precise, mentre ancora una buona parte del pubblico sta cercando il suo posto, The Who salgono sul palco. L’ovazione della gente mette la pelle d’oca, il colpo d’occhio è straordinario. Proprio come l’anno scorso all’Hyde Park Calling Festival, Pete è di umore ciarliero: “Siamo qui per fare il culo a Shirley Bassey” urla prima di attaccare una incandescente versione di I can’t explain. Probabilmente Pete ha voluto “ironizzare” sul fatto che la stampa inglese ha dato molto rilievo al vigore dell’anziana cantante, in cartellone con gli Who al festival di Glastonbury che si era tenuto il weekend precedente. Come a dire, insomma, che The Who hanno ancora energia da vendere. E l’energia degli Who emana tutta dal secondo brano, The Seeker, e soprattutto dal terzo, Anyway, anyhow, anywhere. Un anziano spettatore si alza dal suo posto in platea per mettersi a ballare, mentre tre uscieri in uniforme cercano invano di rimetterlo a sedere. La voce di Roger è estremamente affaticata, niente a che vedere con le ottime prestazioni dello scorso anno, ma lo spettacolo è comunque esaltante: dal punto di vista della presenza scenica, Townshend e Daltrey sono in piena forma e l’acustica dell’Arena, pur alquanto “inscatolata”, è comunque buona. Pete, tra un pezzo e l’altro, parla volentieri con il pubblico: “Sto morendo di caldo sotto questa giacca – spiega ridendo – ma non ho alcuna intenzione di togliermela. È un modello Syd Barrett, pieno di tasche interne per metterci un sacco di cose interessanti”. Con Fragments l’eccitazione della folla si spegne, per riaccendersi immediatamente con la seguente Who are you. Behind blue eyes viene ascoltata in religioso silenzio dal pubblico, anche se la versione non è precisamente top class: la voce di Roger incespica, Towshend pasticcia un po’ l’arpeggio, e l’ingresso del gruppo è zoppicante. Con Real good looking boy viene introdotto un nuovo filmato, con un giovane Elvis a giganteggiare dietro le silhouette dei due Who. “Quando ho ascoltato per la prima volta il rock’n’roll – sghignazza Daltrey – l’ho amato immediatamente, soprattutto perché i miei genitori ed i miei insegnanti lo odiavano. Ero convinto di assomigliare ad Elvis”. “Tu e tutti i tuoi fottuti amici rocker credevate di somigliare ad Elvis!” lo rimbecca Townshend. È poi la volta della mini opera da Wire & Glass, accolta in maniera tiepida da un pubblico distratto, che si aspetta i brani storici. Ed è un peccato, perché l’esecuzione dei sei mini brani è trascinante, anche se la voce di Roger mostra preoccupanti segni di cedimento. L’incombenza dell’urlo finale di Mirror door, ad esempio, viene lasciata al solo Simon Townshend. Con l’intro di Baba O’Riley l’arena esplode di nuovo, Townshend, impegnato a togliersi la giacca modello Syd Barret, arriva in ritardo sull’attacco di chitarra, mentre Roger -  forse per distogliere l’attenzione dalla sua voce sempre più debole – si apre la camicia, mettendo in mostra un fisico da far invidia ad un ventenne palestrato. Tocca però al pubblico urlare “They’re all wasted!” sul finale, con Roger che punta volentieri il microfono sulla folla. Il solo Pete intrattiene poi i presenti con Drowned, seguita dallo splendido duetto con Roger su A man in a purple dress che incontra la meritata ovazione dell’arena. “La prossima canzone è tratta da Quadrophenia – ironizza Pete – e parla di un personaggio che continua a ripetere ‘oh, povero me, nessuno mi capisce’. Però, attenzione, perché questo personaggio è incazzato come una bestia”. E la rabbia esplode nell’aria con una impressionante versione di The real me. Il pezzo ha la capacità di ringiovanire momentaneamente i due, tanto che si ha l’impressione di essere entrati in una macchina del tempo puntata sul 1973.

 

E poco importa che Pete rischi di cadere malamente sulla sforbiciata finale. L’esecuzione del brano è talmente potente da oscurare anche la seguente, e ottima, You better you bet. Con le prime note di My generation l’arena esplode e tutto il pubblico si alza in piedi, sconfiggendo la solerzia degli uscieri. Quando l’urlo di Won’t get fooled again scuote le travi della struttura il pubblico sta ancora ballando, in una sorta di trance collettiva. E la band esce di scena. Nemmeno tre minuti ed è già bis: The kids are alright in versione breve, Pinball Wizard con chitarra pulita come a Verona, e Amazing Journey, eseguita in maniera impressionante nonostante la voce di Daltrey sia ormai al lumicino. Ma è la strumentale Sparks a far ingranare nuovamente la quinta al gruppo. Potente, precisa, sentita, carica di una dinamica da far paura: la canzone da Tommy riesce ad ipnotizzare tutti gli spettatori, uno ad uno.
Quando Pete allarga le braccia lasciando libero sfogo al feedback, esplode l’ennesimo urlo orgasmico della serata. L’intro di See me feel me riporta tutti tristemente sulla terra. Roger attacca male, la voce trema, sale e scende dalla nota giusta, e poi si spezza. Ma il frontman ha una zampata improvvisa: gonfia il petto, tira fuori fiato, ugola e polmoni, tanto che la seconda parte dell’introduzione sembra presa dalla colonna sonora di Woodstock. Ma è solo l’ultimo acuto prima del rantolo finale. Pete, nel frattempo, ha gettato la sua Stratocaster per terra: quando ci cammina sopra con un ghigno alla Bart Simpson sono in molti a scommettere che la sua Fender abbia “pochi secondi di vita”. Ma, invece, la distruzione viene strozzata sul nascere.
La band esce, le luci si abbassano, sul palco restano solo i due Who originali: “Quando ho iniziato a scrivere il nuovo album – sussurra Pete imbracciando l’acustica – gli Who erano in tre, ora siamo rimasti in due. Oggi sono cinque anni esatti che è morto John Entwistle. È ancora strano, per me, essere su un palco senza di lui. Spero solo che non si sia reincarnato in un ragno”. La battuta, ne siamo certi, è di quelle che avrebbero fatto ribaltare dalle risate il buon vecchio The Ox…
Il duetto finale di Tea and theatre è un po’ come le coccole dopo l’orgasmo: sudato, quiet e pieno di feeling. E ha il potere di commuovere l’intera arena, che non fa troppo caso agli arpeggi a volte sghembi di Pete e alla voce roca e afona di Roger. I due si abbracciano, promettono di ritornare presto e, a malincuore, lasciano definitivamente il palco.
La commozione è ancora nell’aria. Lo spettacolo è stato intenso, vibrante, professionale ma allo stesso tempo denso di passione. Ma i due Who sono palesemente stanchi: due anni di tour quasi ininterrotto hanno compromesso la voce di Roger, che al momento non è più in grado di reggere un concerto intero a livelli dignitosi. I balzi di Pete sono sempre più faticosi, e gli atterraggi sempre più malfermi. Il suo guitar playing è errabondo: in alcuni passaggi assolutamente sublime, a livelli mai toccati prima. In altri, però, il risultato è a volte non all’altezza.
La sensazione, uscendo dall’arena circondati dai venditori di gadget - che offrono il loro materiale a prezzi stracciati - è che gli Who, sino ad oggi, hanno portato a termine la missione più difficile: evitare di trasformarsi in una caricatura di se stessi, pur non avendo mai avuto – sino all’anno scorso – del materiale nuovo da proporre. L’incantesimo, però, sembra sul punto di spezzarsi. L’età e la fatica si fanno davvero sentire. Si ha l’impressione che il tour del 2007 possa essere stato l’ultima occasione di vedere The Who dal vivo all’altezza della propria fama. Per questo il ricordo del concerto appena concluso è ancora più inestimabile. E i venditori di gadgets lo sanno benissimo. E ne approfittano: mi incammino verso la metropolitana trasportando una borsa piena di t-shirt acquistate compulsivamente dopo la fine dello spettacolo...

Le foto del concerto di Verona, 11 giugno 2007

I Rose Hill Drive

Una bella foto rovinata dall'onnipresente (e inutile) security

Due "signorotti" della seconda fila ;-) Indovinate chi sono?

Pochi minuti e si scatenerà il diluvio

Il palco visto dal Backstage

L'arrivo di Roger all'Arena

Ancora il backstage

Heather dal gazebo segue la travagliata performance di Roger

Quasi al finale

Il finale, ripreso dal backstage

I saluti

Il motorhome in cui si è rifugiato Pete dopo l'esibizione

Un utente del sito con Zak

Lo stesso con Roger

 

Un ringraziamento ad Annamarina per le foto dalla 5 alla 12
Un ringraziamento a Gianblasco per le ultime due

Recensione del concerto di Verona, 11 giugno 2007

(by Silian)

Degli Who negli ultimi tempi se ne è parlato parecchio. Molti sostengono che l'ultimo album sia solo un'operazione commerciale patetica, altri pensano che il gruppo è ancora in grado di stupire anche dopo 30 anni con due componenti in meno... Io francamente non ho un'idea precisa in merito, ma sono certo che il concerto a cui ho assistito ieri sera è stato qualcosa di vero, come l'aria che respiravo, le immagini che vedevo e la musica che sentivo.

Premetto che ho davvero fatto una fatica immensa a raggiungere Verona, visto che avevo la gamba ingessata... in compenso sono riuscito a finire in platea nonostante avessi avuto un biglietto di gradinata non numerata.

Circa alle 20 iniziano a suonare i Rose Hill Drive, che ci assicurano una performance mozzafiato per un gruppetto così giovane di tre ragazzi... consiglio vivamente l'ascolto dell'omonimo album.

L'arena si riempe sempre di più, e verso le nove la sensazione è quella del tutto esaurito. La ragazza che gestiva le luci si siede a mezzo metro da me sotto il gazzebbo messo a protezione dei suoi strumenti.

Il concerto ha inizio. 

"I Can't Explain", "The Seeker", "Substitute"... performance quasi perfette di una potenza immane. Il suono della chitarra di Pete sembrava essere più elettrico del solito, e Roger era in ottima forma.
Arriva "Fragments", e le nuvole in cielo si fanno sempre più minacciose... la canzone del nuovo album non lascia affatto il pubblico indifferente. Le ragazze ballano, un pirla davanti a me si alza in piedi sulla sedia oscurandomi tutta la visuale, ma poco importa... l'aria che si respira è fantastica.
Una schitarrata poderosa annuncia l'arrivo di "Who Are You"... e la risposta divina è immediata... arriva la pioggia, più forte che mai, come se l'onnipotente si sentisse preso in causa da tanto ben di dio.

E' spettacolo puro... giuro di aver visto più di una volta i fulmini in perfetta sincronia con le esplosioni di potenza della batteria... i fari si muovono nella pioggia evidenzando la tempesta che incombe. Ancora prima della fine della canzone la situazione si fa terribile, con l'acqua che cade di sbiego rendendo impossibile la prosecuzione del concerto... tutto tace di colpo. Io mi infilo sotto il baracchino della tecnica delle luci, dove mi siedo proprio su un contenitore per strumentazioni marchiato The Who London.

Quello che è successo per un'ora intera è solo noia... io che cerco di non far bagnare il gesso, e la gente che cerca in ogni modo di ripararsi dalle numerosissime lacrime del cielo.

Lo spettacolo riprende appena la situazione si è stabilizzata. Le note di "Behind Blue Eyes" emozionano l'arena, che canta in coro. Il pubblico c'era ancora tutto... stupendo. E poi succede quello che non doveva succedere... alla prima nota alta Roger non ce la fa, la voce sparisce e non ritorna... e tutto si ferma di nuovo; dopo un gesto di stizza con Pete, il gruppo si ritira nelle quinte. Intanto piove ancora.

La rabbia ha atteso diversi minuti prima di arrivare, solo con l'annuncio di interruzione del concerto. Ma la gente non ci sta, la gente vuole gli Who... li chiama, li incita: "Roger Roger!" E quando ormai nessuno se l'aspettava più, dopo circa mezzora, eccoli tornare sul palco tra il delirio della folla.

Sono proprio loro.

Il concerto riparte alla grande con dei pezzi poco impegnativi, in cui Roger fornisce timide back vocals. Pete è davvero un "alieno", per tutta la ripresa suona divinamente, canta, salta, rotea il braccio, fa assoli mozzafiato. "Let's See Action", "Eminence Front", "Relay", tirate e strizzate all'inverosimile, improvvisate in ogni modo.
E poi arriva la fantastica "Magic Bus", versione ""Live At Leeds"" con Roger che ci fa capire che significa suonare l'armonica a 60 anni senza voce... divino!
Con "Baba O'Riley" è l'ennesimo delirio della folla... a momenti non lo sento neanche Pete da quanta gente canta.
La chicca di "The Real Me" è formidabile. Pino Paladino alza il volume del suo basso e fa capire al mondo intero che non è un semplice sostitutivo, ma è un grande musicista. 
Nota non proprio positiva per "Pinball Wizard", che viene un po' cannata dal gruppo di sostegno. In ogni caso ci si emoziona come sempre.
Qui Townshend fa l'ennesimo colpaccio e ci sfodera una "The Kids Are Allright" da paura con finale improvvisato e profondamente cambiato. Zak alla batteria ci fa capire di chi è figlio.

Il finale è inaspettato, con una fantastica "My Generation" ed una potentissima "Won't Get Fooled Again" al sapore di grano... eh si perchè se Townshend fosse stato un mulino avrebbe dato da mangiare ad una nazione intera con tutte le volte che ha girato quel dannato braccio sulla sua Strato!

Rimane un po' l'amaro in bocca per non aver sentito un tipico finale alla "See Me, Feel Me" o una classica "Love Reign' Or Me" (perfetta per l'occasione tra l'altro)... o una recente "Tea & Theatre"... ma daltronde è mezzanotte passata e siamo decisamente fuori dal limite massimo d'orario.

Molti potranno obiettare... che sono un dannato fan che descrive al positivo tutto quello che succede, che in realtà dovevano rimborsare i biglietti etc etc... ma io vi dico una sola cosa... Questo è stato un concerto vero, fatto di musicisti che non se la sentono di tradire tutti e vanno avanti, fatto di un pubblico stupendo che sta fuori a prendersi la pioggia, fatto di persone vere, fatto col cuore... il cuore degli Who.

Recensione di Who's Next

(by Matteo Di Giovanni)

Come si può non amare una band che non può guardare un monolite senza pisciarci sopra? Sopratutto se il monolite in questione rappresenta un grande e ambizioso progetto originale di Pete Townshend, vero genio creativo del gruppo.
Who’s Next, infatti, prende origine da Lifehouse: un intricato, ossessivo quanto profetico progetto trasformatosi in una sconclusionata raccolta di canzoni e presto abbandonato. Tutto ciò perché Townshend aveva l’ossessione che la sua musica dovesse trascendere dagli scopi commerciali dei produttori, al contrario di quanto stava accadendo al suo altro capolavoro Tommy, che denuncia la fragilità dei miti che l’uomo si crea.
“Chiamerei Il prossimo dei Who (Who’s Next) un qualsiasi LP che ne segua un altro”, affermò Pete Townshend nel 1973 aggiungendo: “Naturalmente non ho nulla in contrario a questi album”. Chiaro che no! Spogliato del suo intento originario, il risultato di molti esperimenti musicali, di un paio di esaurimenti nervosi, di fiumi di alcool e di numerose canzoni scartate non è solo un grande album dei Who ma rappresenta uno dei modelli fondamentali per un disco rock. Che sia il loro migliore LP è comunque discutibile. Ce ne sono altri che possono sfidarlo: l’album del debutto My Generation (1965) e il presto dimenticato The Who sell out (1967). Ma c’è una cosa che non può essere messa in discussione: la struttura di Who’s Next è perfetta e contiene quattro capolavori assoluti. Il primo, Baba O’Riley, apre il disco; altri due, Bargain e Behind Blue Eyes, commuovono ed eccitano; l’ultimo, Won’t Get Fooled Again, chiude l’album in bellezza; le altre canzoni, comunque ottime, fanno da contorno.
Un’altra indubbia qualità del disco è il suono: il migliore che il gruppo abbia mai avuto. La forza e l’energia delle esecuzioni dal vivo sono perfettamente trasportate in studio. Il suono dei sintetizzatori non altera il loro caratteristico sound e la furia delle loro canzoni è assecondata da tante chitarre acustiche e sprazzi di piano qua e là. John Mendelsson, critico di Rolling Stone, ha definito il disco un’icona dello stile Who e in particolare Won’t Get Fooled Again rappresenta la sintesi perfetta della loro evoluzione musicale. Per la prima volta, inoltre, viene sfruttata al meglio la differenza tra le varie personalità del gruppo.
Il disco funziona non solo perché Daltrey canta in maniera eccezionale, Townshend ci trascina con i suoi power chords, Moon batte sui tamburi come un ossesso e Entwistle esegue delle linee di basso veloci e precise, ma anche per i temi che esso presenta. Pur non essendo un concept album, le canzoni esprimono il contrasto tra idealismo e disillusione, tra gioventù e vecchiaia e Bargain in particolare, la collisione tra il potere dell’amore e l’amore del potere.
Parte del successo va attribuita anche al produttore Glyn Johns che due anni prima aveva mixato Led Zeppelin II in qualità di tecnico del suono.
Nonostante l’ampio successo di pubblico e di critica i componenti del gruppo hanno sempre considerato il disco come un ripiego: semplicemente Who’s next (Il prossimo dei Who).

Recensione del concerto di Saragozza (tour 2006)

(by Fabio, www.thenoise-online.com)

In un assolato pomeriggio di fine luglio mi trovo finalmente a Zaragoza pronto a tuffarmi nel clima di quella che promette di essere, (come da sempre ci ha abituato la band di Pete Townshend),  una performance memorabile. Arrivo davanti al Pabellon Principe Felipe con sufficienti ore di anticipo e capisco subito che probabilmente in Spagna non sono abituati a fare la consueta ressa prima dell’apertura dei cancelli come invece avviene da noi in Italia. Un po’ perplesso continuo il mio giro attorno al palazzetto convinto di vedere tutto il contorno di bancarelle, magliette, hot dogs, insomma “baracca e bagarini” e invece niente! “ma ci sono le transenne”- dico al mio amico spagnolo e alle ragazze- “e poi ci sono anche i manifesti!”.
Comunque sia un po’ di gente che circola c’è, così vista la situazione decidiamo di allontanarci per un po’ per farci un drink; beh non potete immaginare lo sbigottimento nel vedere al nostro ritorno una fila pazzesca di gente che si accalca davanti all’ingresso ancora blindato!

Allora penso “qui ci vuole un piano!”; mi avvicino, mi inserisco, mi introduco, faccio finta di niente fino a che arriva il momento fatidico. Tanto ho fatto che entro tra le prime dieci persone: l’occasione è unica! Comincio a correre verso il palco (a dire la verità tutti gli altri se la prendono molto più comoda), Posso mettermi dove voglio, dò un’occhiata al palco e scelgo: mi piazzo leggermente sulla destra in direzione del Fender Vibroking + estension cabinet di Pete ( affiancato anche da un testata/cassa Hiwatt).
Manca un’oretta all’inizio ed è il momento dei CASBAH CLUB trio capitanato da Simon fratellino di Pete alla voce e alla chitarra, (anche per lui stratocaster e combo fender), guardate la foto e ditemi se non sembra più il cantante dei R.E.M.! I tre propongono un rock ‘n roll piuttosto energico che raccoglie il consenso del pubblico.
Ci siamo! E’ il momento, si abbassano le luci, ecco Zak che si va a piazzare dietro la sua mega DW (niente a che vedere con il set minimalista beatlesiano visto pochi mesi prima con gli OASIS), poi c’è 

Pino Palladino bassista fisso ormai da qualche anno. Rabbit tastierista storico e infine loro: i due superstiti Roger e Pete. Il primo fa un cenno di saluto mentre l’altro sembra preoccupato solo della sua fedele strato rossa. Parte il primo accordo di I can’t explain e si và: tra braccia in aria che ruotano su chitarre e microfoni che sfidano la forza di gravità (e soprattutto la resistenza del cavo!).
In scaletta ci sono tutti i pezzi che hanno contribuito a costruire il mito degli WHO: da who are you ? a pinball wizard da the kids are alright a won’t get fooled again fino a you better you bet anyhow anywhere anyway e naturalmente my generation giusto per citarne qualcuno; nella parte centrale c’è anche spazio per qualche pezzo acustico per es. tratto da quadrophenia che Townshend esegue chitarra e voce sul palco e più in là anche per un pezzo del nuovo disco, (ma non chiedetemi quale perché non ne ho idea). 

Veniamo quindi al momento clou (almeno per me) della serata cioè verso la fine quando dopo un’ovazione Pete riferendosi ad uno striscione che dice “why not Barcelona?” annuncia: “torneremo in Spagna il prossimo anno!” e lì altra ovazione del pubblico; a quel punto io, convinto di essere ascoltato gli urlo: “ma venite in Italia c###o!” e lui con un’espressione come se avesse capito tutto (ma chiaramente non era così), si gira verso di me e mi fa un gesto col pollice alzato come per dire: “ok vai alla grande!” .
A quel punto siamo ai bis e al finale con i ragazzi della band che lasciano il palco, (sottolineo la performance di Zak Starkey, la classe non è acqua), e Pete e Roger che si abbracciano al centro del palco tra gli applausi. Certo non sono più i ragazzi che dopo il concerto spaccavano qualsiasi cosa gli capitasse a tiro (nella serata Daltrey ha sfasciato un tamburino), ma penso che si possa dire che The kids are (still) alright!!! 

Substitute al Covo e raduno di The Who Italia

(by GIORGIOWHO)

Covo", Bologna, 14/10/2006
 
Sabato sera come molti di Voi ero al "Covo" di Bologna per assistere
al concerto dei "SUBSTITUTES" del mio compare di ULM Giampaolo
e dei suoi simpaticissimi musicisti/amici.
La loro performance mi ha stupito positivamente smentendo quello
che pensavo sulle "cover band" (e che continuo a pensare su alcune di
loro - leggi "Achtung babies" - ecc.).
Oltre a non cercare in nessuna maniera di "scimmiottare" e copiare
gli originali (cosa peraltro impossibile!) li ho trovati davvero BRAVI !
Una band preparatissima musicalmente , una tecnica eccellente
ed una passione e gioia nel suonare che mi ha colpito.
Inoltre , la scaletta è stata davvero molto varia e con brani di tutti
i periodi con una prevalenza (visto anche il tema della serata) del
primissimo periodo WHO.
Potendo iniziare prima (la "sala" è stata aperta quasi alle 11.30!!!!)
avremmo potuto assistere a quasi una quarantina di brani invece dei pur
sempre abbondanti 20 , anche se i "nostri" ragazzi avrebbero rischiato
la loro salute visto il caldo torrido che c'era.
Il "loro pezzo" per me è stao THE SEEKER , suonato magistralmente.
Una cosa che mi è dispiaciuta è non aver potuto conoscere gli
utenti del Forum presenti (a parte ALEX) , comunque sarà sicuramente per
un'altra volta per un raduno dedicato a noi!
Come al solito sono molto breve per non annoiare , in ogni caso
grazie Giampaolo per la "citazione" a me ed al mio amico Ferruccio (l'hai
"FERITO" molto dicendogli che hai visto 11 volte Neil Young!) , per averci
fatto entrare e per la compagnia.
A presto!!!
GIORGIOWHO
Long Live WHO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Recensione e foto del concerto del St. Polten Lovely Days Festival (tour 2006)

(by Cristiano Pellizzaro, grije@tiscali.it ; foto di Paolo Scamperle)

Finalmente ci siamo, sono le 23.30, il palco è pronto, è stato rodato tutto il pomeriggio dai musicisti che fin dalle 13.00 di questo pomeriggio hanno suonato fino a poco fa. Tutto è pronto, l’impianto luci che verrà acceso per questo ultimo set della serata, e stato adoperato solo per loro. Si respira una certa atmosfera mentre la musica di sottofondo fa salire una certa smania di curiosità e impazienza che mi tormenta da 10 anni; la gente è ansiosa, lo si percepisce, ma nonostante tutto si sente solo un brusio. Un faro con tanto di addetto alla manovra già in posizione, posizionato alcuni metri sopra gli strumenti, verso il lato destro del palco, servirà solo per mr. Pete Townshend.Finalmente ci siamo, eccoli!! Pete Townshend, John “rabbit” Bundrick, Zak Starkey, Roger Daltrey, Pino Palladino e Simon Townshend, salgono sul palco in questa sequenza, davanti ad un pubblico, che forse per l’incredulità, accoglie con generosi applausi ma in modo composto. Loro dall’alto del palco si presentano in maniera fredda, senza salutare e prendendo posto velocemente;…one, two, three e via con I Can't Explain, per un concerto tutt’altro che seduto, e privo di energia. Già dalle prime dà l’impressione di star ad assistere ad una serata speciale, dove qualcosa di magico, di storico, fa la sua apparizione. Daltrey e Townshend, sono rimasti soli; Moon nel ’78, poi Entwistle nel 2002, se ne sono andati via, però la favola doveva continuare. Ci si avvale dunque di quattro 

formidabili musicisti che vale la pena rendere noti: The rabbit alle tastiere (storico collaboratore degli Who dagli anni ‘70), Simon Townshend (fratello di Pete alla chitarra ritmica), Pino Palladino al basso (che nonostante il ruolo da ricoprire, si difende egregiamente) e quel Zak Starkey, che la leggenda vuole quale migliore ed unico sostituto di Moon.
Non mi sarei mai aspettato tanto! Ciò che ci viene data la possibilità di assistere, è uno spettacolo unico. Anche se per loro gli anni son passati ben oltre gli “anta” già da un po’, non si sono per nulla arrugginiti: Pete continua a saltare e far roteare quel suo braccio destro sulla sua chitarra come un tempo, emanando suoni superbi al solo sfiorare delle corde; la voce non è più quella di un tempo, un po’ bassa di tono, ma Daltrey continua a gridare, a ballare fermo sul posto con le braccia alzate come nei vecchi filmati, e gioca con il suo microfono con tanto di cavo, facendolo roteare e lanciandolo verso il pubblico per poi ritirarlo indietro.
La scaletta ovviamente comprende i brani più famosi, che bene o male tutti noi conosciamo anche grazie a sigle televisive più o meno recenti, e brani del nuovo lavoro in studio.
Eseguono, See me Feel me dall’album Tommy, Love reign O’er me da Quadrophenia, The seeker, Who are you, Behind Blue Eyes e Baba O'Riley, con un bellissimo finale con Daltrey all’armonica al posto del violino. I momenti migliori forse, sono stati per My generation, e Won't Get Fooled Again, durante i quali, oltre alla buona musica, dei semplici e bei giochi di luci, hanno marcato sulla prima gli stacchi di basso e sulla seconda i fraseggi di batteria prima dell’intenso e irato grido di “yeah!”.
L’inconveniente sta nel fatto che ci troviamo ad un festival, ed i tempi sono da rispettare rigorosamente, quindi dopo un’ora e mezza di spettacolo pirotecnico sonoro, gli Who se ne devono andare, anche se forse avrebbero regalato qualche momento in più di brividi, dopo che si erano sciolti man mano che lo spettacolo si svolgeva.
E così Pete Townshend presenta il suo gruppo con immensa soddisfazione, il pubblico ricambia, acclama, e i musicisti dimostrano di apprezzare, tanto che alla fine di tutto, rimangono solo Roger e Pete sul palco, con quest’ultimo che ringrazia più volte e per ricambiare l’ospitalità, invita tutti per un loro concerto a Londra.
Al termine, proprio alla fine, Mr. Daltrey e Mr. Townshend, salutano tutti e applaudono, per poi uscire abbracciati tra le urla del pubblico.

Di certo indimenticabile!!

Recensione del concerto di Saragozza (tour 2006)

(by Silian Della Ragione)

E' stata dura ma ne è valsa la pena; un viaggio lungo due giorni, una lunga
attesa all'entrata, ma è stato tutto ricompensato.
Ero la davanti, in prima fila dietro le transenne.
Apre il concerto alle 20:45 il gruppo spalla "Casbah Club"... non male come
performance, se escludiamo gli innumerevoli problemi audio dovuti al mal
funzionamento di un amplificatore.
Alle 22:00 il pubblico si infiamma, iniziano i cori "Roger Roger!", "Who Who
Who!", "Pete!!!!!" e "We are the mods, we are the mods..."; gli Who salgono
sul palco... sono tutti in bella vista, sopratutto Roger e Pete.

Pochi preliminari e tanta sostanza, è questo quello a cui ci hanno abituato...
e neanche questa volta tradiscono le aspettative. "I Can't Explain" è
eseguita in versione super elettrica, come anche "The Seeker".
Il pubblico è in delirio, salta e canta praticamente tutte le canzoni.

"Anyway Anyhow Anywhere" è ottima, "Relay" è una chicca, davvero gradita.
Con "Who Are You" si assiste ad un'esplosione di potenza immensa... la
performance di Pete è eccelsa, quella di Roger ottima, pare proprio di essere
tornati ai bei tempi.
"Behind Blue Eyes" inizia, come da recente tradizione, con Roger alla chitarra
acustica... il tutto esplode poi nel finale provocando immense emozioni.
"Real Good Looking Boy", pezzo nuovo datato 2004, è eseguito alla perfezione,
niente da dire.

Alla fine di questo pezzo tutto il palco "si spegne", ed un solo faro illumina
pete, che prende la sua acustica e le cuffie, per suonarci un po'
di "Quadrophenia".
Appena finita la performance "solista" di Pete, il palazzetto dello sport si
infiamma nuovamente sotto le note di "Baba O'Riley ", e si commuove con
quelle di "Love Reign O'er Me", cantata in modo divino da un Roger Daltrey
quasi ringiovanito.
Roger, come a i vecchi tempi, rompe i tamburelli che ha usato, e gli lancia
verso il pubblico, insieme all'armonica.
Fantastico.

"You Better You Bet" è un po' come la calma prima della tempesta... eh si,
perchè "My Generation" è stata veramente il delirio totale.
Il pubblico salta, volano schizzi di acqua e birra, tutti cantano... ed,
ovviamente, le urla recitano "Why don't you all Fuck off!!!!", invece che le
parole originali.
Si sente solo la mancanza del drumming di Keith, che viene un po' colmata
dall'ottimo lavoro di Pino Paladino al basso e di Pete alla chitarra, che ci
riserva tantissime acrobazie di braccia.

"Won't Get Fooled Again" termina la prima parte del concerto in modo
strepitoso, con Roger che urla "Yeaaaaaaaaaaaaaaah!!!" e volteggia il suo
microfono nell'aria.

Dopo pochissimi minuti eccoli tornare sul palco, per donarci "The Kids Are
Alright" e "Substitute", stravolte dagli assoli improvvisati di Pete.

La tirata finale di "Tommy" con "Pinball Wizard", "Amazing Journey", "Sparks"
e "See Me Feel Me", è davvero impressionante... succede di tutto.
Pete va in corto, il braccio continua a girare, fa smorfie impressionanti,
salta sugli amplificatori al lato del palco... pazzesco.
Un finale esplosivo, con tanto di lancio di pletri e promesse come "Torneremo
in Spagna, siete fantastici".

Aver guadagnato poi all'uscita un autografo di Pete sul booklet di
Quadrophenia, è un'emozione a parte, ma posso assicurare che due ore come
queste non le avevo mai passate in tutta la mia vita.

Recensione del concerto di Madrid (tour 2006)

(by Marco Muzzi)

Dopo l'esibizione del gruppo di Simon Townshend (dignitoso ma un pop-rock abbastanza "anni'80", tipo Truth, Jam) ecco che ti entrano Roger e Pete, Tanto vicini da riuscire a vedergli le rughe.
Roger vestiva jeans e maglietta azzurra, occhialini tondi sfumati e sembrava più magro delle ultime immagini di questi anni. Pete tutto di nero, con una maglietta un po' corta che gli lasciava intravedere la pancetta che a 60 anni è più che normale.
Attaccano con "I can't explain", versione di rigore, potente. Roger sembra in forma ed effettivamente non cede alla scaletta impegnativa. Poi "The seeker" e la gente impazza, forse in pochi se la aspettavano, poi "Anyhow, anyway, anywhere" e già nel mezzo la chitarra di Pete saetta sprazzi di pop-art, stridii e tuoni. Poi non ricordo la sequenza ma hanno fatto "Naked eye", "Drowned" (solo Pete) fantastica, "Behind Blue Eyes", "Who are you" stracantata da molti (anche grazie a CSI), "Baba O'Riley", "You better, you bet", sorprendentemente "Love reign on me", dico così perché non mi aspettavo che Roger la cantasse (visto il registro impegnativo che richiede il pezzo) né che egli si disimpegnasse più che dignitosamente. "Real good looking boys" vede il vocalist a suo agio in un repertorio che gli risparmia grandi sforzi e per questo rende bene dal vivo così come anche un pezzo del nuovo lavoro degli Who che presto uscirà (ottobre mi sembra di aver capito) di cui non ricordo il titolo (la memoria è sempre mia nemica) e che ancora una volta valorizza i timbri possibili di Roger.
"Baba O'Riley" "Won't get fooled again" e "My generation" riempiono gli animi di una adrenalinica sensazione che io, come tanti altri assieme a me, da troppi anni avevamo confinato nel nostro piccolo, tra noi e il giradischi ed ora si apre nella sua reale natura, quella del live. "Substitute" fa scatenare i corpi e già si comincia ad oscillare dall'onda umana. "The kids are alrights" viene cantata come un inno di stadio, come ragazzi che richiamano ai ranghi i vecchi e i nuovi al sacro rito del rock.
Tommy non è risparmiato, "Pinball wizard" ,"Amazing Journey", "Sparks" e il coro di "See me Feel me" fanno un piccolo concerto nel concerto, e Roger si scatena, fa girare il microfono allo zenit e azimut creando cerchi pericolosi per chi gli sta vicino (avrà mai preso in testa John?)
Ma quello che sorprende come sempre è Pete, lucido, presente tirato come una fionda (nel senso musicale ovviamente), sforna glissati, feedback e fraseggi che farebbero la gioia di qualsiasi musicista che cerca da sempre di creare quei suoni, quelle sensazioni e quando vedi e senti che sono lì nell'aria non ti sono mai sembrate così vere, strane, diverse, potenti. Guarda tutti con quell'aria sarcastica, autoironica, divertita e quando alla jam finale di "My generation" urla 5 o 6 volte "I hope I die before I get old" ti rendi conto di come lui vecchio non lo sarà mai.
Il pubblico risponde alla grande, si urla alternativamente "Roger" alla spagnola "Roier, roier" (Sic!), "Pete" e "who, who" che sembra un grido di guerra tribale, così urlato ritmicamente dalla folla.
I due non possono fare altro che girarsi attorno divertiti e ringraziare, quasi con un ringhio Pete dice al microfono "We will be back!" e c'è da credergli perché sembra che abbiano fatto proprio una grande esibizione. Tutto troppo bello, il resto della band è stato impeccabile e se Pino si impegna un po' di più riesce a finire l'ultima battuta di assolo in tempo a fine tourneé. Anche per i professionisti c'è sempre tempo di imparare solo che i maestri sono irraggiungibili, la mancanza di John si sente soprattutto in "Won't get fooled again" come anche Keith, esibito in una grande foto dai fans delle prime file a cui Pete risponde formando una croce con un braccio, "rest in peace" sembra dire con gli occhi.
Il lancio dei plettri crea il parapiglia che ti da un po' fastidio (anche perché non ne ho beccato uno) ma chi se ne frega, questo è il rock. Viva la Spagna che li ha accolti bene, un po' meno noi.

Recensione del concerto di Vienne (tour 2006)

(by Antonio Bacciocchi)

Gli Who tornano in tour in Europa (e dall`autunno in America) e lo fanno con un`energia , una verve e una freschezza assolutamente inaspettati. I membri superstiti, Pete Townshend e Roger Daltrey non sembrano sentire il peso degli anni e sfoderano due ore di concerto ad altissimi livelli.
A partire dal primo loro 45 (anno di grazia 1964 !) "Can`t explain" che apre lo show, nell`incantevole cornice dell`antico Teatro Romano di Vienne (a due passi da Lyon in Francia) , per proseguire con "The seeker" e con un altro classico della prima ora" Anyway , anyhow anywhere" caratterizzato da una lunga improvvisazione chitarristica.
Altri due gioielli, "Who are you" e "Behind blue eyes" (in versione perfetta con Roger alla chitarra). Il concerto poi rallenta con un interludio più acustico che lascia spazio a due nuove songs "Real good looking boy" e la nuovissima "Mike post theme", inframezzate da una rarità, la delicata ballata "Greyhound girl" suonata dal solo Townshend. Non c`è tempo per prendere fiato però , che parte "Baba O Riley" e l`arena esplode di nuovo. "Naked eye" e "The relay" non sono tra i brani più conosciuti della band ma l`esecuzione è perfetta e non possono che scatenare di nuovo l`entusiasmo.
La voce di Roger , un po` incerta all`inizio prende sempre più colore e potenza , la band , dopo qualche sbavatura è sempre più coesa e all`unisono , Pete sempre più mattatore con salti e assoli devastanti. E con "You better you bet" si arriva alla perfezione esecutiva...fantastica.
Pete si volta verso il formdabile drummer Zak Starkey e fa partire una rabbiosissima "My generation", seguita da una monumentale "Won`t get fooled again".
L`apoteosi, assolutamente fantastici !!!
Parte il bis con "Substitute" e si conclude con un medley da "Tommy" con "Pinball wiizard", "Amazing journey", "Captain Walker", Sparks" e l`immnacabile "See me feel me".
Nonostante abbiano ignorato "Quadrophenia", forse il loro miglior album, il concerto ha goduto di una scelta di repertorio assoluta, di una qualità esecutiva fantastica, di una classe inimitabile.
Eccezionali e basta !

Recensione e foto del concerto di Ulm (tour 2006)

(by Giorgio(Who) Canali, giorgiowho@iol.it)

28 ANNI! Tanto ho aspettato per vedere gli WHO dal vivo e l'attesa è stata ampiamente ripagata. Ho trovato i "ragazzi" in splendida forma, coadiuvati da ottimi musicisti (Zak su tutti).
Li avevo visti centinaia di volte "live" in dvd o vhs , ma mai mi sarei aspettato una energia ed una voglia del genere.La scaletta è stata + o - quella dei concerti precedenti con "let's see action" acustica di Pete.
Già , Pete... una vera furia , non ho proprio parole! Roger nonostante i problemi alla gola che si dice abbia, è stato ampiamente all'altezza (l'urlo in "Won't get fooled again" è stato devastante); Zak Starkey è proprio "incredible", Simon e Rabbit diligenti e finalmente un Pino Palladino che ha fatto sentire il suo basso come si deve.
Un paio d'ore di vera musica in una splendida piazza con il tutto esaurito ed un pubblico alquanto partecipe e di ogni età (ed è questo il bello!).
Nutrita la partecipazione di italiani tra i quali Marco (YOUAREFORGIVEN) e
e Giampaolo dei "Substitutes" con amici. Spero ci sia un'altra occasione perché ne vale proprio la pena!
Non sarà stata una recensione "classica" , non sono né un giornalista
né uno scrittore.. sono uno WHO FAN.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le foto di Giuseppe Vergara:

Recensione del concerto di Montecarlo (tour 2006)

(by Anna)

Dopo un viaggio, a dir poco “rocambolesco”, da Locarno (dove i nostri beniamini si erano esibiti la sera prima, riscuotendo un travolgente successo...) verso Monte Carlo, culminato con uno strip obbligato in auto, unico modo per potermi cambiare d'abito in tempo utile, giungiamo, io e mio marito – non senza altre difficoltà dovute all'organizzazione della serata – allo SPORTING CLUB dove veniamo accolti (a dispetto delle nostre tenute tutt'altro che di tenore “monegasco”) da alcuni ominidi in livrea rosso/oro che tra mielosi bonsoìre ed inchini vari, s'impossessano della nostra vettura - certamente non in linea con il resto del parco auto della serata (Limousine, Mustang, Porsche ecc...) dandoci in cambio un numero (13!!!), supponiamo, utile a riaverla indietro a serata conclusa (è infatti poi così stato...). La serata e forse l’intero tour sono sponsorizzati da AUDI (anche a Locarno Roger arriva con una fiammante ammiraglia della casa tedesca) e davanti allo Sporting Club fanno bella mostra di sè gli ultimi smaglianti modelli del prestigioso marchio. Superata l'ennesima difficoltà relativa al recupero dei nostri biglietti, prenotati via filo per la “modica” cifra di euro 120 cadauno,  riusciamo ad entrare “nell'arena” dove di lì a poco avremmo potuto riassaporare almeno una parte della magica atmosfera della sera precedente.
 C'è ancora poca  gente  (manca circa un'ora) che, per giunta,  degli Who non sa quasi nulla ad eccezione che “sono quelli di CSI cosa che già di per sé la dice lunga su quello che verrà dopo.

 In quel momento mi tornano alla mente le parole che Roger ci ha detto la sera prima (a Locarno) nel suo camerino, dove eravamo andati per un saluto ed un  abbraccio post concerto : “Monte Carlo...?  E' un posto terribile!”.
Dopo la vivace esibizione dei “Casbah Club”, passa qualche altro minuto di estenuante attesa, tra prove di luci, andirivieni di Bob, Billy e co., invocazioni di una sparuta schiera formata da pochi “coraggiosi” fedelissimi (purtroppo la minoranza) fra i quali una tenerissima e non piu’ giovane donna che invoca il nome di Roger con accento fortemente francese seguito da innumerevoli “I love you” e “I’m crazy for you” e poi, finalmente, sul piccolo palco (“troppo” piccolo per contenere tutta la loro rinnovata vitalità) si stagliano le sagome di Pete,  Roger e co. che, come di consueto, guadagnano rapidamente le proprie postazioni ed imbracciati gli strumenti materializzano le prime note  tra le tangibili approvazioni dei pochi (ma buoni) fans che la serata offre.
Dopo il primo pezzo, c'è il saluto di Roger al pubblico, di poche parole (com'è nel suo stile)  che raccontano tutto sull'entusiasmo che anima la sua partecipazione alla serata : - “Buonasera a voi, bastardi, che abitate qui!!”, dal lato sinistro della platea parte un “bravo!” di appovazione proprio in Italiano. La già citata signora attira la sua attenzione su un piccolo poster dallo sfondo bianco sul quale ha amorevolmente manoscritto con tanto di cuoricini un “I LOVE YOU”, lui lo legge, sorride imbarazzato e... non troverà il coraggio di riguardare da quella parte per tutta la serata, solo alla fine di “Baba O’Riley” allungherà con un garbato piccolo lancio la sua armonica verso quel punto ma l’armonica finisce fra le mani del compagno della signora, Roger lo guarda sorridendo e gli dice “è per lei”, l’uomo divertito gliela porge e lei saltellando di gioia e stringendola inorgoglita e sè gli sorride beatamente.

Altri  pezzi, i soliti di questa parte finale di tour ad eccezione di una spumeggiante “Let’s See Action”, fra i quali una particolarmente toccante “Real Good Looking Boy” presentata da Roger che ci lascia capire con delicatezza che Pete è innamorato, poi, un incidente di percorso al suo auricolare stronca sul nascere la dolcissima “Naked Eye”, Roger fortemente imbarazzato, dice al microfono “mi sembra di avere dell’acqua ed una rana che borbotta nell'orecchio” ed è costretto ad allontanarsi dalla sua postazione e ad abbandonare il microfono. Pete  deve così riempire questo spazio imprevisto nella loro scaletta, attaccando prontamente una “Magic Bus” da lui poco prima definita “fottuta” a causa dell'incredibile numero di volte  che l'hanno dovuta eseguire. Poco prima  aveva spiegato, con il sarcasmo tutto anglosassone che lo distingue, che la canzone parla di un autobus aggiungendo con un “risolino” rivolto ai “residenti” la frase “ma non credo voi conosciate questo mezzo di trasporto”. Applausi ed ovazioni accompagnano il finale del pezzo che coincide con il ritorno di Roger in postazione;  seguono gli altri cavalli di battaglia della band che, seppure in soli quattro metri di palcoscenico, non si risparmia e cerca di dare tutto ciò che è umanamente possibile, con la generosità ed il cuore che li ha sempre distinti;  quando risuonano le note di “My Generation” (l'inno dei “Mods”) un isolato esemplare di questa specie – proprio accanto a me -  comincia a saltellare con tale entusiasmo come in preda all’acido che quasi ho rischiato lo spappolamento del piede sinistro! 

Il soggetto raggiungerà a “saltelli” la prima fila (eravamo in terza) fra l’indignazione di tre “stronzetti” di neanche 20 anni che fino a quel momento altro non avevano fatto che chiacchierare e compiacersi vicendevolmente degli abiti indossati .
Purtroppo, non ci è stato possibile immortalare  alcuna immagine dei “nostri” perchè  è stato proibito tassativamente l'impiego di macchine fotografiche di qualunque tipo e perfino ..... dei telefonini (se utilizzati per questo scopo!), sono comunque felice che qualcuno sia riuscito ad “eludere la sorveglianza”. Viene veramente da mordersi le mani perchè pensare di averli avuti ad un metro mentre si esibivano in uno spazio così ristretto e non averli potuti ritrarre, fa avvertire ancora di più il disappunto per non aver potuto sfruttare un'occasione certamente irripetibile come questa. Ciò la dice lunga sulla ... "particolarità" dell'ambiente in questione e, forse, sulla inopportunità di aver voluto relegare tutta la potenza che questa band sa ancora esprimere, dietro le sbarre di una gabbia dorata, al cospetto di veramente pochi, anche se ben paganti,  fortunati. Con tutto l'amore che personalmente nutro per tutto ciò che fanno e che da sempre li riguarda, mi auguro di non vederli più esibirsi in una situazione tanto sacrificante, quanto inopportuna che, comunque, con la bravura e la consumata loro esperienza, hanno saputo  rendere preziosa per la delizia dei pochi in grado di apprezzarli intieramente. All’uscita ci tocca assistere ad un paio di commenti pronunciati da “signorine” in abito da sera  che si accingono a raggiungere la sala ristorante ove tra poco verrà consumato il “pasto” post concerto per modica cifra di euro 200 a testa, ve li “riporto”: la prima dice all’altra: “certo che 120 euro per un complesso che non ha neanche un pezzo in classifica”, l’altra replica:”almeno avessero suonato bene”. Sto per dire qualcosa quando l’opportuna presenza di un Italiano ancora eccitatissimo per lo show mi precede e guardandole dritte in faccia parte con un:”mi sa che voi di musica non capite un c....!!!”. NO COMMENT!
Anch’io vorrei vederli in Italia, ma una decina di anni fa la data al Forum di Assago saltò perchè l’organizzazione italiana ritenne il compenso da loro richiesto non congruo. “Ci hanno detto che non avremmo fatto il tutto esaurito” mi disse Roger, a voi la parola... FACCIAMOCI  SENTIRE!

Le foto del concerto di Montecarlo (tour 2006)

(by Marco Zatterin)

Al solito ti mando qualche immagine dei ragazzi che stanno bene. Bella serata.Montecarlo 15 luglio…

 

Recensione del concerto di Locarno (tour 2006)

(by Stefano Bellavita)

Si va a Locarno per vedere per la prima volta gli Who dal vivo! Riesco ad entrare tra i primi e sono vicinissimo al palco e penso che sarà una grande giornata! Dieci minuti e comincia a piovere a catinelle...e continuerà fino all'inizio del concerto (poi anche la pioggia cede alla forza degli Who e alla chitarra di Pete...). L'attesa, bagnati fino alle ossa, è dura e anche il gruppo spalla fa fatica a suonare...

Ma alla fine, alle 21.45 eccoli sul palco! Io sono vicino a Pete, che entra con maglietta bianca, pantaloni scuri e cuffietta in testa: entra concentratissimo, sembra non accorgersi del pubblico che lo acclama, mentre Roger saluta. Poi attaccano una Cant'Explain energetica e tosta, ed è la fine del mondo! Sono impressionato dall'energia che Pete sprigiona, non riesco a togliergli gli occhi di dosso! L'audio è buono ma a volte si sente poco la voce di Roger e molto la chitarra di Pete (ma va bene così)...Pete da solo tiene su tutto lo show: suona la chitarra in maniera divina, ottenendone qualsiasi effetto in qualsiasi modo, e poi interagisce con noi, ammiccando e sorridendo e assumendo ironiche pose da rockstar. Anche Roger ci infiamma e non si risparmia, a volte si vede che è proprio al limite!

E i nostri ci regalano una set list molto bella, con i classici che speri ci siano (Anyway anyhow anywhere, baba o'Riley, won't get fooled again, who are you, pinball wizard tanto per citarne alcuni), suonati con grinta, con la chitarra di Pete a dominare la scena e ad esaltare il pubblico, che lo acclama ad ogni splendido assolo. E poi gli Who ci regalano un paio di canzoni nuove (non male, anche se attendo l'album per poterle sentire bene..), la bella Real good looking boy e, ecco la chicca!, la mitica My Generation, che fa esplodere la piazza! E, per finire, una selezione da Tommy (bella l'Underture) con a chiudere una splendida esecuzione di See me feel me, salutata da una vera ovazione e con Pete e Roger che salutano e applaudono il pubblico per ringraziarlo del calore.

Gran bel concerto, la band suona bene e supporta ottimamente i nostri eroi (certo, manca il super basso di John, ma è inevitabile), e, se Roger è grande, Pete è straordinario e permette a chi lo sente e lo vede di capire perché da sempre è citato nei libri come uno dei migliori chitarristi di sempre!

Grazie Pete e Roger, e ora vi aspettiamo in Italia!!!

Recensione del concerto di Locarno (tour 2006)

(by Naska)

Avevo già visto gli Who nella Wembley Arena  nel novembre del 2000. All’epoca comprai i biglietti su Internet. Erano disponibili vari settori e dell’arena tutti allo stesso prezzo, così non essendoci una piantina che indicava i vari settori, scelsi a caso. Finii nella zona più lontana dal palco, al fondo dell’arena. Vidi il concerto prevalentemante nei mega schermi e fu comunque una bella esperienza. Riuscii pure ad ottenere un backstage pass ma seppi dopo che Pete stava male e che gli altri se ne erano andati via subito dopo lo show. Incontrai solo Zak e il tastierista ‘Rabbit’….che delusione….

Stavolta ero deciso a stare il più vicino possibile al palco. Complice una pioggia ininterrotta che ha fatto scappare molti sotto i portici della Piazza Grande  prima del concerto di Locarno, ho potuto conquistarmi una postazione di seconda fila centrale, anche se alla fine ero bagnato fradico nonostante giaccavento e protezioni di fortuna varie.  Ma ne è valsa la pena.

Aprivano i Cashbah Club , un trio capitanato da Simon Townshend , fratello di Pete, con una grossa sorpresa: il  bassista era Bruce Foxton , storico membro dei mitici Jam.Non male come inizio!! La pioggia durante il loro set è stata veramente scrosciante e di stravento, il che ha disturbato non poco la loro esibizione. Il genere un pop rock elettrico in stile ’79 , molto ben suonato, con qualche pezzo carino, ma sinceramente niente di più.

Dopo il cambio palco che sembrava eterno, ecco salire loro: nessun fronzolo scenico, nessuna esplosione, nessuna base di sottofondo.; solo loro che salgono attaccano le chitarre e partono. I can’t explain ed è subito una botta incredibile. Sono loro, sono lì a tre metri da me, posso vedere i loro Blue Eyes, posso sentire i piedi di Pete che cadono sul palco dopo ogni salto. Ho tutti i dvd e filmati degli Who possibili e immaginabili, ma stasera è un’altra cosa…. L’emozione e la carica che trasmettono è quella di un gruppo di ventenni che dimostrano ancora una volta di essere la più grande band del mondo. Roger Daltrey in forma strepitosa, Pete Townshend incredibile, un genio  con la freschezza e la potenza di un ragazzino, Zak Starkey (figlio di Ringo Starr) che è forse l’unico batterista del post Moon che sia in grado di  non far rimpiangere il grande Keith, Pino Palladino, storico turnista inglese al basso, molto filologico nell’esecuzione, anche  se Entwistle era IL BASSISTA degli Who e forse questo un po’ si sente. Completano la line up Simon Townshend ai cori e alla seconda chitarra ( ma Townshend ha bisogno di un altro chitarrista…? ) e lo storico tastierista che accompagna la band dal vivo fin dalla fine degli anni ’70 John Bundrick.

La scaletta comprende una sorta di greatest hits della band più una selezione di brani del nuovo album che uscirà ad ottobre (in questi giorni è prevista la pubblicazione di un’edizione ridotta e limitata del cd). Gran finale con una selezione da Tommy veramente suonata con una carica che sembrava essere nel live at Leeds del ’70. Incredibili, insuperabili, magnifici, un mito per ciò che hanno significato e per quello che continuano ed essere. Riporto uan frase di che era andato a vedere gli Stones tre giorni prima a Milano: Who battono Rolling Stones 3 a 1.

 

 

 

Le foto del concerto di Locarno (tour 2006)

(by Alessandro, webmaster@thewhoitalia.com)

 

Ecco qui di seguito alcune foto scattate durante lo strepitoso concerto di Locarno dalla mia invidiabile posizione proprio in prossimità del palco (peccato per le spie di Roger che rovinavano un pò la visuale). Le immagini sono piuttosto pesanti quindi bisogna avere un pò di pazienza per i tempi di caricamento.

Live ad Hide Park (tour 2006)

(by Giampaolo Corradini, www.thesubstitutes.it)

Il target mod sventola dai maxischermi, l'ululato della folla comincia a salire d'intensità, lo spazio tra un corpo e l'altro fra il pubblico si stringe sempre di più. Finché, alle 8 e 25, l'urlo si libera nell'aria: "Who! Who! Who! Who! Who!". Pete Townshend e Roger Daltrey salgono sul palco, braccia alzate, a salutare i sessantamila spettatori con un lapidario "Hello Hyde Park" e subito attaccano le prime tiratissime note di "I can't explain". Sullo sfondo sfrecciano a cento allora le immagini dal film The kids are alright, frame in bianco e nero della Swinging London e spezzoni dall'epoca Maximum R'n'B. L'atmosfera è elettrizzante, il ritmo senza pause. Nemmeno il tempo di lasciar morire l'ultimo feedback che la chitarra di Townshend attacca il power chord dell'introduzione di "The Seeker". Il pubblico salta, rimbalza, urla, bicchieri e bottiglie di birra cominciano a volare nell'aria: The Who sono tornati, e sono in forma smagliante.

La serata conclusiva dell'Hyde Park Calling Festival arriva dopo un lunghissimo weekend inaridito da un sole senza tregua, e arriva come una sorsata d'acqua freschissima dopo le performance, con luci ed ombre, di Roger Waters, Ocean Colour Scene, Zutons e Razorlight. A chiudere il festival sono loro, Roger Daltrey e
Pete Townshend, impegnati a mantenere il marchio The Who all'altezza della propria leggenda. E la grande notizia è che la missione è compiuta.

Trainati dalla ritrovata vena compositiva di Townshend, e con un nuovo album in uscita (ventiquattro anni dopo l'ultimo, deludente "It's hard"), gli "Who2" regalano una performance di altissimo livello, sia dal punto di vista musicale, sia da quello fisico: Townshend salta, corre, balla, picchia le corde, alza il braccio nel celeberrimo "windmill", insulta il pubblico come ai bei vecchi tempi e regala momenti di grande comicità nei suoi dialoghi con un altrettanto vigoroso Daltrey. Dietro, la line up della band - Pino Palladino al basso, Simon Townshend alla chitarra, John Bundrick alle tastiere e Zak Starkey alla batteria - si rivela assolutamente perfetta per il suo ruolo: potente, dinamica, precisa e... in secondo piano. L'unica nota amara della serata, dal punto di vista della performance, è l'assolo di Palladino su My generation, che fa rimpiangere il vecchio John Entwistle. Mentre l'unica nuova composizione presentata nello show, "Mike Post Theme", fa ben sperare: si tratta di un brano rock molto tirato, in linea con gli ultimi lavori del Townshend solista, tanto che non sarebbe stato fuori posto sul buon "Psychoderelict" del 1993. Non resta che attendere l'uscita del nuovo concept album "Wire and glass" per capire se gli Who sono di nuovo all'altezza della loro fama anche in studio.

L'atmosfera è talmente positiva che Townshend e Daltrey, tra un brano e l'altro, non si negano nemmeno il piacere di giocare con la loro leggendaria rivalità, mentre il chitarrista riesce anche nell'impresa di prendere in giro la sua sordità quando, imbracciata la chitarra acustica, è costretto a infilarsi un paio di cuffie e ad alzare i cursori del suo mixer personale per riuscire a sentirsi suonare. Mai visto un Townshend così aperto, almeno negli ultimi anni, e così pungente nelle stoccate. Nel presentare Behind Blue Eyes mostra metaforicamente il dito medio ai Limp Bizkit raccontando come "quella che stiamo per suonarvi è una canzone nostra. Quando l'abbiamo registrata pensavo che sarebbe stato difficile farne una versione migliore. Ho avuto la conferma che le cose stanno proprio così. Però voi potete comprare la nostra versione o quella dei Limp Bizkit, tanto i diritti d'autore vengono comunque a me".

Dopo un'ora e quaranta di grande rock, culminato nel medley di Tommy che ha occupato quasi tutto il bis, gli Who salutano e se ne vanno. Sui maxischermi cominciano a scorrere le prossime date del tour e una voce informa che è possibile acquistare via internet il dvd "bootleg ufficiale" del concerto della serata e di ogni serata del tour europeo. La sgradevole sensazione di essere considerati "consumatori da spremere" si amplifica passando davanti allo stand del merchandising: il costo delle t-shirt si aggira sulle 30, 35 sterline; le spille viaggiano ad una sterlina l'una, mentre i poster difficilmente vengono via con meno di 25 pounds. Anche questo, in fondo, è un aspetto del rock'n'roll. Rispondo con un "no, thank you" all'addetto che mi offre il programma della serata per 10 sterline e mi incammino, in mezzo ad altri migliaia di fans stanchi, sporchi ed eccitati verso la fermata del bus. Le note di "Won't get fooled again" ronzano ancora nelle orecchie. E sono il miglior ricordo che si possa portare a casa.

Recensione di Live at Royal Albert Hall

(by Mauro Jimmy Vecchio, ziggy_stardust@infinito.it)

Gli Who sono tornati con la loro specialità insuperabile, il live. Certo è difficile immaginare uno spettacolo che arrivi solo alla metà di quello offerto a Leeds nel 1970, ma siamo pur sempre di fronte ad un gruppo che sul palco ha fatto sempre e ovunque faville quindi qualcosa da aspettarsi c’è eccome.

E’ doveroso, prima di cominciare a parlare del primo dei tre dischi dell’album, accennare ai nuovi membri della band: Zak Starkey (proprio lui, il figlio di Ringo) e John “Rabbit” Bundrik.

Più che le tastiere pregevoli del secondo a sconvolgere è il nuovo batterista: è la reincarnazione sputata di Keith! Il ritmo e i colpi sono quelli di Moon! Finalmente, dopo il quasi disastroso Kenney Jones, il gruppo ha un degno “usurpatore” di quel leggendario sgabello.

Viene da sé che Entwistle non può che beneficiare della ritrovata sezione ritmica e il suo basso ritorna quello vibrante e fluido di un tempo diventando, a volte, più solista della chitarra di Pete.

Una delusione, invece, Roger. Si vede che ce la mette tutta, ma la voce perfetta che aveva maturato nel 1971 è scomparsa con gli anni. Basta ascoltare qualsiasi brano da “Who’s next” per capirlo subito.

In pratica sound ritrovato, ma voce solista persa negli anni ’70. I vecchi Who proprio non riescono a rivivere.

Pronti via. “I can’t explain” buca come un tempo ed è molto piacevole il riarrangiamento di “Anyway, Anyhow, Anywhere”. “Pinball Wizard” riesce ancora ad emozionare e le cavalcate furiose di “Relay” e “My Wife” quasi ci riportano indietro.

Ma, dopo gli intermezzi “The Kids are alright” e “Mary Anne with the shaky hand”, arriva il primo momento della verità per questi nuovi Who. “Bargain” è un ottimo specchio per la situazione attuale del gruppo. Grande ritmo, ma molta nostalgia per il vecchio mordente ormai perso. Ascoltando il pezzo con una chitarra virtuale tra le mani si nota come quei riff di granito sono ormai perduti ed è rimasta solo la tenera voce nasale di Pete a consolarci. Un po’ poco per 25 euro di spesa!

Il momento più alto del disco è, sicuramente, “Magic bus” che offre dieci minuti di grandissimo livello che, paradossalmente, potrebbero essere ancora più trascinanti della versione di Leeds.

Se, infine, “Who are you” suona quasi come l’originale del 1978 la seconda mezza delusione è il capolavoro assoluto degli Who: “Baba O’ Riley”. L’attacco emoziona come sempre, ma l’esecuzione complessiva manca di quel lirismo straordinario e la parte di violino del primo ospite Nigel Kennedy non riesce a far venire i brividi come quella del suo vecchio collega.

Riassumendo, un gradevolissimo disco di grandi ricordi musicali, ma solo per veri appassionati che, rispolverando il vecchio album delle foto, possano capirne il vero significato.

Altri astenersi e cominciare da molto più indietro nel tempo.

Questo secondo disco appare decisamente migliore del primo. Il perché di questo repentino cambiamento d’opinione (all’interno poi dello stesso concerto…) è presto detto e, tutto sommato, anche facile da capire.

Proviamo a seguire la scaletta dello show.

1. Pete Townshend è seduto con una chitarra acustica tra le gambe. Il suo volto è visibilmente invecchiato, ma, appena comincia a pizzicare lo strumento, note di bellezza rara cominciano a librarsi nell’aria. “Drowned” diventa una canzone ancora più bella ed emozionante e 2. “Heart to hang onto”, dedicata a Ronnie Lane, commuove per tocco ed esecuzione.

3. “So sad about us”, suonata con Paul Weller, dimostra, una volta per tutte, chi sia stato il vero genio degli Who. Pete, infatti, è l’unico a rubare la scena senza il resto del gruppo. Paradisiaco.

4. Si ritorna con la band ed arriva la prima grossa sorpresa di questo live dopo Starkey. Eddie Vedder sale sul palco e la chitarra di Pete attacca “I’m one”. L’interpretazione del cantante è intensissima. Roger comincia a tremare. 5. Arriva “Getting in tune” e, con essa, subito il grande confronto. Roger ce la mette tutta e tocca note di vecchia memoria, ma Vedder lo tallona stretto. I fan non possono che gioirne.

6. “Behind Blue Eyes” è, invece, affidata a Brian Adams, ma il risultato delude e non poco. La canzone sembra uscita da “Cut like a knife” sebbene la base ritmica sia ottima.

Il gruppo torna a se stesso e 7. “You Better you bet” e 8. “The real me” scorrono senza infamia e senza lode, ma con tanta intensita e questo basta (stiamo parlando di una band nata 40 anni fa). 9. “5’ 15”, tuttavia, merita di essere ascoltata con attenzione nonostante gli oltre 11 minuti di durata. Il pezzo rappresenta il trionfo assoluto di John “The Ox” Entwistle. E’ stato “the quiet one”, va bene, ma senza il suo basso gli Who non sarebbero arrivati alla grandezza perché il loro sound non avrebbe avuto quella fluidità e potenza che, invece, John gli ha dato. L’assolo al centro del brano è un capolavoro di tecnica ed estrosità che confermano l’abilità del bassista nel fare del suo strumento un importantissima voce solista.

10. Piovono ospiti illustri. Noel Gallagher presta la sua smagliante chitarra ad uno dei brani più straordinari della storia, “Won’t get fooled again”. Varrebbe lo stesso discorso fatto per “Baba O’Riley” e “Bargain”, ma lo stesso Noel immette buona linfa e Roger canta meglio (forse svegliatosi dopo lo “schiaffo” di Eddie). Programmate nove minuti e dodici secondi della vostra esistenza e ascoltate questo pezzo.

11. Arriva “Substitute” e la Gibson SG di Kelly Jones torna al 1970. 12. Torna Vedder e trascina tutti con “Let’s see action” prima e con 14. “See me, Feel me/Listening to you” dopo.

La sensazione, anche dopo aver ascoltato 13. “My Generation” e un Roger quasi rapper (a proposito, ma si può cantare a sessant’anni “hope I die before I get old”?), è che Vedder forse si adatti meglio alla nuova musica di Pete. Immagino un duo tutto acustico e voci basse e mi vengono i brividi solo a pensarci.

Per farla finita, questo secondo CD evita con eleganza il terribile effetto nostalgia sia grazie allo splendido mini-set acustico di Pete, sia per la tonnellata di ospiti che, almeno, ci fanno concentrare sul presente.

Nota. Al disco è aggiunto un “bonus disc” tratto dal concerto del 8 febbraio 2002 sempre alla Royal Albert Hall. La breve scaletta è così strutturata: 1. I’m free 2. I don’t even know myself 3. Summertime Blues 4. Young man blues.

 

Questa recensione è un omaggio a John “The Ox” Entwistle, uno dei più grandi bassisti di tutti i tempi. God bless you.

Recensione di Quadrophenia

(by Mauro Jimmy Vecchio, ziggy_stardust@infinito.it)

Un altro capolavoro. Gli Who sembrano inarrestabili. Il genio compositivo di Townshend non smette di stupire per capacità d’innovazione e sperimentazione.

“Quadrophenia” è un’altra opera Rock straordinaria e, ovviamente, i paragoni con “Tommy” piovono copiosi. In realtà qualsiasi paragone non può reggere nel senso che i due album sono due entità separate e indipendenti.

Laddove “Tommy” risente dell’ombra Progressive di “Who sell out” in un fiume magniloquente e pomposo di arrangiamenti sinfonici, “Quadrophenia” è un lavoro molto più scarno e sobrio.

Certo, gli arrangiamenti sono sempre di grande impatto, soprattutto nei brani strumentali “Quadrophenia” e “The Rock”, ma il suono, nel suo complesso, è più maturo, meno barocco.

Se proprio vogliamo dire la verità, “Quadrophenia” è quello che accadrebbe se prendessimo “Tommy” e lo fondessimo con i suoni sintetizzati di “Who’s next”. In poche parole, è proprio in questo album che gli Who raggiungono la piena maturità musicale.

Non ci sono più gli svarioni ironici (“Tommy’s Holiday Camp” o “Miracle Cure” per intenderci) di un tempo, ma solo brani solidi e straordinariamente drammatici.

Lo si può vedere dalla copertina, lo si può sentire attraverso i forti rumori di mare e pioggia che percorrono le canzoni. Qui si fa sul serio. Non che in “Tommy” si scherzasse, ma qui è tutto più maturo, definitivo.

“Quadrophenia” è la rivincita di Townshend che non era riuscito a finire il progetto “Lifehouse” (confluito, poi, in “Who’s next”) e che, ora, può esaltarsi come portavoce ufficiale della cultura mod inglese.

Il doppio album, infatti, narra l’emotiva vicenda di Jimmy, un ragazzo mod che rifiuta qualsiasi legame sociale e che viene sbattuto fuori di casa da una madre ubriaca di birra scura. Inizierà una sorta di viaggio iniziatico che si concluderà con una morte/rinascita (nel film che verrà fatto nel 1979 si vede la vespa che precipita tra gli scogli).

Ancora una volta lo spunto è autobiografico, ma non bisogna confondere le cose.

Sebbene gli Who (con il nome High Numbers) siano stati per un periodo i portavoce ufficiali del movimento mod a Londra, soprattutto sotto l’ala protettiva di Meaden, in realtà Pete e soci non sono mai stati dei mods a tutti gli effetti (soprattutto Roger che si sentiva ancora un teddy boy).

E’ vero, però, che Townshend si è sentito una sorta di rappresentante di questo movimento e il tutto lo si può leggere tra le righe di “The Punk and the Godfather”, uno dei brani più belli di “Quadrophenia”.

Parlando, ora, meglio dell’album in sé, è facile trovarne l’ossatura principale nei quattro temi quadrophonici attribuiti ai quattro membri del gruppo e rispondenti alle quattro facce dell’identità schizofrenica di Jimmy.

“Helpless Dancer” è quello di Roger, bellissimo nella sua parte centrale dove un piano ossessivo accompagna un testo rabbioso. “Bell Boy” è quello di Keith e, dalla voce che ci mette, non ci vuole molto a capirlo. I due più complessi sono quelli, ovviamente, di John e Pete. “Dr. Jimmy (Is it me?)” è una cavalcata impetuosa di quasi nove minuti che, in un certo senso, racchiude tutto il senso di “Quadrophenia”. “Love reign o’er me”, invece, è la degna fine di un album straordinario. Un brano struggente che penetra fin sotto la pelle.

Attorno a questa struttura una serie interminabile di classici. Da “The real me” (bella la linea di basso) alla dolcissima “I’m one”; da “The dirty jobs” al banjo di “I’ve had enough”; dai corni di “5:15” alla tristezza di “Sea and sand”. Più di ottanta minuti di sonorità dell’anima che sconvolgono per intensità e purezza. E’ dal 1967 che questo stupendo gruppo non fa altro che sorprenderci continuamente. Se continuano così formeranno una strada così lunga da percorrere dietro di loro che nessuno riuscirà mai a raggiungerli. O lo hanno già fatto?

Ascoltando per la prima volta Tommy...

(by Mauro Jimmy Vecchio, ziggy_stardust@infinito.it)

“Ascolta Tommy con una candela accesa e vedrai il tuo futuro”. E’ una frase fatta. Non potrei immaginarne una migliore. Quale futuro si può vedere attraverso “Tommy”? Dipende. Ognuno di noi ha i suoi album preferiti. Ognuno di noi ha visto la propria vita passare interamente attraverso delle semplici note. C’è chi è nato, maturato e morto violentemente ascoltando “The Doors”. C’è chi ha raggiunto il suo primo orgasmo ascoltando “Stairway to heaven” e chi ha bruciato come una candela con “The Stooges”.  Il futuro. Chi è riuscito a vedere il proprio futuro attraverso un solo album? Non è forse quello che tutti noi vogliamo? Chi di noi non ha mai desiderato sapere cosa ci aspetta al di là del nostro sfuggente presente? A me capita di continuo. E’ un ossessione. Ti mangia il fegato già mangiato dalla quantità di alcol che ingerisci per non pensarci. Cosa sarò da grande. Riuscirò a toccare le dita dei miei sogni? Sarò un fallito o un eroe? Queste domande aleggiano nella tua mente come avvoltoi pronti a fare brandelli della tua carne. Se non siete d’accordo con me allora non spendete i vostri soldi per comprare questo album. Se pensate che chiedervi continuamente come sarà il vostro futuro non è altro che una sega mentale allora non ascoltate una singola nota di questo album. Meglio andare a cinema. Meglio che vi facciate una bella scopata scacciapensieri. Non vi meritate assolutamente questo album. Non lo capirete ed è meglio così. Potrebbe sconvolgervi. Lo butterete nel cestino insieme ad un best of di Withney Houston pensando che, in realtà, non avete alcun bisogno di rovinarvi la vita con simili preoccupazioni. Siete proprio degli stronzi. Allora, quale cazzo di futuro si può vedere attraverso “Tommy”? Dipende. Ve l’ho detto. Dipende da come siete fatti. Dipende da cosa avete dentro. Questo è uno di quegli album che vi entrano al di sotto della pelle e vanno a modificare per sempre la vostra anima. Se questa ha bisogno di un completamento, “Tommy” sarà il vostro pezzo mancante. Potete scopare con tutte le ragazze che volete. Sarete vergini per sempre se non lo ascolterete almeno una volta nella vita.
Quale futuro ho visto io?
Io ho visto un ragazzo sordo, muto e cieco. Ho visto un ragazzo violentato, maltrattato. Ho visto un ragazzo incapace di comunicare, di provare e ricevere affetto. Ho visto un ragazzo campione di pinball. Un mago del pinball. Non ha alcuna speranza di diventare un uomo. Solo il pinball potrebbe salvarlo. E così è. Il ragazzo diventa un uomo. Il ragazzo diventa libero. Un eroe. Un messia. Gli straordinari e magniloquenti arrangiamenti di questo album mi hanno portato in un’altra dimensione spazio-temporale. E’ qui che ho visto in faccia il mio futuro. E’ qui che ho capito che, alla fine, tutto il dolore che proviamo, tutta la mancanza di comprensione che ci circonda alla fine sparirà. Basterà una semplice partita a pinball e tutto sarà chiaro davanti a noi. La nostra strada si illuminerà come quella di un aereoporto e noi riusciremo ad atterrare con facilità estrema.
Il problema è che non so se saremo vivi per vedere tutto questo. Non importa. Io l’ho già visto.

La musica che mi ha cambiato la vita:

(by Sabrina)

Ad agosto su Tele+ vidi per la prima volta C.S.I: crime scene investigation e in un certo senso iniziò, non solo l'amore per questo telefilm, ma anche quello per gli Who: infatti la sigla del telefilm è "Who are you". Presa dalla smania di avere tutto quello che c'era a disposizione sul mio serial preferito, scaricai la canzone: DIVINA! Ma mi fermai lì,conoscevo solo questa canzone di quello che sarebbe diventato il mio gruppo preferito.

A gennaio cominciai ad andare in chat e conobbi una persona che mi cambiò totalmente la vita (e non sto esagerando). Cominciai a cantare Who are you, scrivendo il testo tra i discorsi della gente, e questa persona decise di mandarmi un'altra canzone: Baba O'Riley...BELLISSIMA!, e cominciai ad andare sui motori di ricerca per trovare tutto ciò che si poteva trovare sugli Who.

Dopo, quella persona mi manda Behind blue eyes...e qui scoppiò il vero amore!!! Leggevo e rileggevo il testo e la traduzione, in meno di 20 minuti avevo imparato la canzone letteralmente a memoria: la musica, il tono della voce del cantante, il ritmo della batteria, il suono del basso e della chitarra...ma non sapevo ancora nulla su gli Who...

Trovo un sito in italiano: finalmente!!!!!!!! E scopro la storia di questo gruppo che mi ha cambiato la vita: la voce di Roger, di cui mi sono "innamorata" da subito...la chitarra e i testi di Pete, che rispecchiano la vita della sua epoca ma anche la nostra...il basso di John e la batteria di Keith, che purtroppo non ci sono più.

Comincio a comprare i cd: il primo è "Who's next"...bellissimo...comprai l'edizione rimasterizzata e con le bonus tracks, bellissime anche quelle. Poi fu la volta di "Who sell out": non mi è piaciuto subito ma, dopo aver comprato "The Who: 30 years of Maximum R£B", rivalutai quell'album. Da poco ho comprato "Quadrophenia", che purtroppo ho trovato in versione soundtrack, e "The Who by numbers", che al primo ascolto mi ha colpito subito.

Prima di comprare "Who's next" comprai il dvd che lo racconta, e con questo acquisto la mia passione per Roger & Co. si rafforzò enormemente. Poi acquistai il dvd del concerto all'isola di Wight, che definirei fantastico, solo per come viene cantata e suonata "See me, feel me"...da brividi!, e il dvd di "Tommy"......e mi accorsi di amare follemente gli WHO!!!!!!!!!

Per finire questa storia, vorrei spiegare perchè gli Who mi hanno cambiato la vita...Fino a quel giorno di inizio anno il mio mito era Freddie Mercury e ascoltavo Baglioni e Robbie Williams, e mi piacciono ancora...ma gli Who mi hanno dato qualcosa che non avevo mai provato con nessun'altro gruppo o cantante, come la prima volta che ascoltai Behind blue eyes o come Baba O'Riley al concerto per l'11 settembre...con tutti ke cantano insieme "DON'T CRY.......DON'T RAISE YOUR EYE....IT'S ONLY TEENAGE WASTELAND"...nei concerti e nei video che ho visto...Roger che canta con tutta la sua forza "SEE ME, FEEL ME..." e fa roteare il suo microfono...Pete che gira il braccio suonando la sua chitarra e corre per tutti i lati del palco...John da una parte che suona il suo basso in maniera divina...e Keith, o come lo chiamo io "Il Folletto" che suona la sua batteria con una semplicità unica...

Non so descrivere tutte le emozioni che mi hanno dato le loro canzoni e le loro esibizioni dal vivo...anche se sono una loro fan da soli 5 mesi, posso sentirmi una dei milioni di fan sparsi in tutto il mondo...e ringrazio col pensiero Roger, Pete, John e Keith per la loro musica... 

Diario di un fan piccolo piccolo:

(by Roby Bad)

Alla fine degli anni ’70 (un’epoca che ricordo con tanta nostalgia) io ero ancora un bambino, avrei infatti compiuto 10 anni nel 1979, vedevo il mondo bello… a colori… e adoravo già la musica e i 45 giri che mettevo e rimettevo su un vecchio giradischi… Il mio fratello maggiore Nino ascoltava per lo più musica jazz o disco (Earth Wind & Fire, Barry White ecc.), mentre Dario che ha solo pochi anni più di me era un po’ il mio punto di riferimento. Ascoltava il rock e io avevo una propensione forse genetica e comunque naturale per questo genere… Era strano, ma quel genere di musica mi dava energia, era energia allo stato puro e questa energia toccava alcune corde dentro di me… Era ancora l’epoca dei "capelloni" e dei figli dei fiori e i miei fratelli liceali vivevano questa atmosfera…I loro amici sembravano usciti dalle scene di Woodstock e chiaramente io non potevo essere uno di loro perché ancora bambino.                                                                                                                     

Ricordo un’estate degli anni ‘70 al villino in montagna in cui Dario e i suoi amici suonavano "I am free" e "stairway to heaven"… Infatti Dario faceva parte di una band nata solo per divertimento (anche se il batterista, oggi medico in carriera ebbe un seguito professionale che lo portò a suonare in Rai con gli "Afa")…Io ero semplicemente affascinato dall’atmosfera, dalla musica e dalla chitarra elettrica… che negli anni seguenti imparai a strimpellare grazie ai primi insegnamenti di Dario… Adoravo la colonna sonora di "Hair" e per la prima volta vidi "Tommy" in televisione... Nel 1982 i Who erano di già il gruppo che adoravo di più, e stranamente avevo iniziato ad amare una band che proprio in quei giorni aveva dato l’addio alle scene con il tour americano… La Rai trasmise una puntata di "Concertone" con alcuni spezzoni del concerto di addio al Maple leaf garden di Toronto e io ascoltavo i Who ancora con un registratore collegato ad una mini cassa acustica costruita da me con il cartone!!! Quando nel 1985 la Band si riunì per il mega-show di Live Aid io ne ero felice, ma mi fu impossibile vedere anche solo in tv quell’evento. Negli anni della maturità allargai i miei orizzonti musicali rivisitando dapprima gli anni ’70 stessi e riscoprendo band uniche come Led Zeppelin, Doors, Deep Purple, Pink Floyd, Genesis, mentre nei miei gusti venne fuori una vena più romantica che mi portò ad adorare letteralmente il "Boss" Bruce Springsteen…Il mio più grande amico, Dave, un ragazzo nato a New York e cresciuto a Palermo dall’età di 10 anni era anch’egli un buon intenditore di musica, e fu proprio la musica ad unirci sin dall’inizio… Eravamo compagni di liceo. Io vivevo da anni una strana "solitudine", amando una band quasi sconosciuta in Italia e soprattutto in Sicilia, in un’epoca in cui i Duran Duran erano la band inglese più nota ai miei coetanei… Una mattina durante la pausa colazione stavo rullando sul banco imitando Keith Moon con due bic, vicino alla mia borsa dei libri (una borsa di tela militare dove avevo disegnato uno stage con i Who dal vivo) e mentre il resto della classe faceva il suo casino tipico, tra gessetti e cancellini che volavano, intonai a squarciagola "Can’t you hear me say, can’t you hear me say can’t you hear me sayyyyyy"... Fu a quel punto che un compagno alle mie spalle che non avevo fino ad allora neppure molto considerato come essere vivente mi urlo dietro l’orecchio: "FREEE MEEEEEEE"… Restai a bocca aperta… era Dave. Avevo trovato uno che conosceva la musica dei Who… Negli anni della maturità scolastica con Dave formai un gruppo, o meglio un duo… gli "Airborn", io alla chitarra e lui voce e percussioni… Il Boss era la nostra fonte primaria di musica con qualche pezzo dei Who (difficilmente eseguibili in maniera acustica)… Suonavamo per divertimento e ci divertivamo a sperimentare con un registratore a 4 piste… ma anche a comporre pezzi tutti nostri rigorosamente in inglese e nello stile di Bruce… Finimmo anche un paio di volte in tv private, ma solo per il gusto di metterci alla prova e senza nessuna pretesa… Negli anni ’90 ho visto e rivisto milioni di volte il video del concerto eseguito dai Who negli States "Featuring the Rock Opera Tommy", un concerto in cui la Band si riproponeva in forma smagliante assieme a tante guest star e ad una orchestra vera e propria… Questa volta la cassa acustica di cartone aveva già da tempo lasciato il posto ad un maxi-schermo collegato ad un hi-fi munito di equalizzatore a 20 bande per canale ecc ecc. Il concerto era stato eseguito per beneficenza e costituiva per me l’ultima occasione per un fan di poter vedere la Band dal vivo…
Gli anni seguenti, ovviamente, li vissi con la consapevolezza che il mio più grande sogno, poter vedere la Band dal vivo, era ormai irrealizzabile… Non sapevo nulla dei concerti di Roger, della festa per i suoi 50 anni, del tour Quadrophenia con David Gilmour e pensavo di essere uno dei tanti fan sperduti nel mondo di una band ormai del passato…
Collezionai tutto quanto era nelle mie capacità… libri, dischi ufficiali, bootlegs, video… e quando un’estate al cinema sentii le note di "The seeker" cantate dall’attore protagonista di "American beauty" quasi mi commossi!!! Il protagonista era un po’ come me, un ragazzo ormai uomo… nostalgico di un’epoca, di una musica e di un’energia che comunque continuava a fluire attraverso quelle note… Ma sempre pensavo rassegnato al fatto che il sogno di vedere i Who live si fosse infranto per sempre... 
Con l’avvento di internet e della multimedialità iniziai a navigare su siti sempre più interessanti e a conoscere via e-mail altri fan in tutte le parti del globo… Dopo una vita di isolamento, mi resi conto per la prima volta di non essere affatto solo e che c’erano milioni di persone con la mia stessa passione e i miei stessi gusti… Scoprii che la Band negli anni recenti era ritornata sugli stage americani e inglesi organizzando addirittura veri e propri tour, e che il lavoro creativo di composizione di Pete non era affatto terminato… Riuscii a comprare alcune cose non tanto rare quanto introvabili nei comuni negozi… Una foto autografa di Roger con tanto di certificazioni, il 45 giri Brunswick di My generation del 1965, alcuni film come McVicar che per decenni avevo invano ricercato in tutti i punti vendita e i mercatini...
Ma restava sempre quel vuoto e quel desiderio di essere parte di un concerto dei Who…
Solo una parentesi positiva, la partecipazione di Roger al tribute per Freddy Mercury che mi fece battere il cuore a 3000 in diretta televisiva, cantando in modo perfetto "I want it all" e giocando col microfono davanti all’intero stadio di Wembley impazzito… Poi discograficamente trovai un lavoro dei Who (il primo penso dopo It’s hard) nell’album tribute per Elton John…
La fine del 2001 con la strage dell’11 settembre ha visto i Who partecipare al concerto tenutosi al Madison Square Garden di New York e ciò mi ha riempito di gioia e orgoglio, quando la loro partecipazione è stata enfatizzata in prima serata dal TG1… La mia amica Kathy mi ha spedito le vhs integrali della trasmissione tv americana e così ho rivisto la Band dal vivo dopo tanti anni… Sono certo invecchiati fisicamente, ma l’energia è sempre la stessa e la voce di Roger superba (sebbene sia stata criticata da qualche giornalista che forse non ha neppure perso tempo ad ascoltarla bene…) Addirittura quando urla "Won’t get fooled again" sale di una tonalità rispetto alla versione originale o a quella suonata nello storico ultimo show con Keith Moon…
Alla fine del 2001 vengo a conoscenza del nuovo concerto programmato al RAH di Londra e comincio a realizzare che potrei coronare quel sogno ormai riposto in un angolino del mio animo, un po’ impolverato…Mi organizzo subito via internet per procurarmi i biglietti e sapere che Kathy parte da Chicago per vedere proprio quello show mi da una carica ulteriore… Coinvolgo due miei amici, Dave e Daniela e anche loro sono d’accordo a partecipare…
Il resto è storia…
Il 7 febbraio 2002 dopo una vita intera, sono lì seduto all’interno del RAH nella città dove si è svolta la storia dei Who… e la Band sale sul palco per un concerto a 2000 volts!!! Non dimenticherò mai quella serata, la gente, i fan nel bar del teatro, l’atmosfera, la musica, il fatto di aver cantato praticamente tutte le canzoni del concerto nello stesso posto e assieme a Roger… il teatro stesso, Londra, Pete che prende in giro Roger mentre che quest’ultimo fa tutto un discorso sul Teenage cancer trust, restando a guardarlo appoggiato ad uno dei suoi amplificatori bianchi con un sorrisino ironico e apostrofandolo con un "tutte bugie…"…
Adesso mi ritrovo in una situazione strana, ho rivisto mille e più volte il dvd con il concerto al RAH del 2000, riprovando sempre la sensazione di essere la in quel posto che mi sembra ora così familiare, in quella Londra della quale mi sono innamorato e che voglio al più presto vivere…Quello che mi chiedo è se andrò ancora ad un loro show…Conosco molti fan che hanno collezionato un numero enorme di show…L’esempio più estremo è Kathy, la quale si può dire che non perde neppure uno show della Band e che a Londra ha assistito a entrambe le serate… Ha anche conosciuto di persona Roger, Pete, John e Simon il fratello di Pete...Io penso che quella forza che mi attrae verso i Who mi porterà in futuro ad altri show della band, anche se penso che non sarà mai come la prima volta…Certo resta sempre un certo numero di sogni ancora non realizzati e che sebbene sia attualmente appagato da quanto inaspettatamente ho vissuto, restano pur sempre dei sogni vivi dentro di me… Ad esempio poter conoscere di persona la Band, poter solo stringere la mano di Pete e potergli solo comunicare quanto è stato parte della mia vita, della mia crescita con la sua poesia e la sua musica...Ma non dispero…e penso che le esperienze vissute da chi c’è riuscito dimostrano che nulla è impossibile…
Chi è Pete Townshend per me…
Devo essere sincero, conosco l’opera di Pete solo nell’ambito di quanto composto per i Who, eccezion fatta per qualche album solista (Who came first, Empty glass), quindi non posso valutare a 360 gradi la sua musica…Ma quanto conosco è bastato a dar colore e calore alla mia esistenza e questo mi fa capire che non è una persona comune, ma molto speciale…La poesia e la bellezza delle sue composizioni è qualcosa di sacro dentro me e sono consapevole che non sono il solo a pensarla così… Inoltre ritengo Pete uno dei più grandi chitarristi della storia del rock e chiaramente è sempre stato per me un punto di riferimento sin da quando ho imbracciato la mia prima chitarra…Ritengo Tommy la sua opera più bella e completa, ma anche ciò che ha scritto per Lifehouse ha arricchito e reso unico l’album Who’s next…            Capisco quali problemi possa aver causato in lui il fatto di essere comunque la mente dei Who… Qualunque cosa potrà comporre da solista verrà sempre messa in secondo piano dai più se non è ricollegabile alla Band… Ma penso anche che sia giusto così… Tutti i membri della band devono il loro successo al mito dei Who e non possono pretendere ne ora ne in futuro di dire "beh questo è il mio lavoro solista che è più importante dei Who…" per il semplice motivo che la gente, i fan, vogliono solo i Who…Lo stesso Roger ha dovuto modificare il suo stesso carattere perché ha capito che nella sua vita la cosa più importante era la band… E anche se da solista ha interpretato molte canzoni davvero belle che hanno anche ottenuto un certo successo, quando veste i panni del lead singer dei Who ha sempre messo da parte tutto quanto!!! Da ciò nasce il fatto che dal vivo, con la Band, non ha mai interpretato nulla riguardante la sua splendida carriera solista... Pete ha dovuto capire tutto questo sbattendoci dapprima il muso… Un giorno le sue opere verrano valutate in un’ottica più generale e sarà ricordato come un grande compositore… ma oggi Pete è per i più solo il chitarrista della più grande Rock band di tutti i tempi… ed è ciò che lo ha reso celebre…

Recensione di Face Dances:

(by Jan Mozzorecchia)

Innanzitutto occorre dire che non è per niente facile recensire il primo album dei grandiosi WHO senza l'icona leggendaria e intramontabile di Keith Moon, sostituito qui peraltro dignitosamente dall'ex-Small Faces Kenney Jones, il quale si è ritrovato nell'arduo compito di rimpiazzare il sopracitato Moon piuttosto benone.
Si parte con il primo singolo estratto dall'LP che nel corso delle reunion che seguiranno negli anni sarà uno dei live-favorites più longevi:"You Better You Bet", canzone stupenda seppur intessuta su sonorità tipiche degli anni'80 ormai alle porte, in cui ancora una volta sono a farla da padrone le tematiche tipiche del songwriting Townshendiano: gli intrigati rapporti interpersonali e lo scompiglio che essi creano nella vita psicologica dell'autore."Don't Let Go The Coat"è forse uno degli episodi più fiacchi e scarsi che fanno abbassare il livello già di per sè non troppo alto dell'LP(non uccidetemi..lo dico con il cuoricino che mi piange..sono un devoto pazzo per gli WHO!):un poppettino interpretato da Daltrey con delle timbriche inusualmente basse(è azzardato dire molto vagamente Elvisiane?)che non riesce a decollare neanche con il sempre preciso e incisivo basso di Entwistle. Leggermente meglio del brano precedente è"Cache Cache"se non altro per la stupenda voce di Daltrey, per le ritmiche che emulano leggermente il drumming del compianto Moon, per l'uso dell'organo Hammond infarcito di un Leslie ben usato e molto udibile e per il basso del"Bue" che ha reso molto più appetibili nel corso della carriera degli Who alcune canzoni diversamente assai povere. Giungiamo a"The Quiet One"..ok..non posso trattenermi nell'essere qui schifosamente di parte e quindi posso solo dire che per il sottoscritto questo è il pezzo più bello dell'album!!!!! Personalmente sono sempre impazzito per il modo di suonare, di cantare(avete mai fatto caso a quanto versatile sia e di quante variazioni timbriche disponga la voce di Entwistle?) e di atteggiarsi del bassista.Un rock basato su un riff tipicamente The Who in cui il piano viene usato con parsimonia e dosatamente, mentre l'esplosione ritmica di basso e batteria rende il brano fantastico, con la sempre precisa ritmica di Pete Townshend. Il testo è autobiografico e qui, "The Ox", spiega ironicamente che non è lui ad essere silenzioso, ma gli altri ad essere fin troppo rumorosi e di non avere nulla da dire in particolare, mentre noi non abbiamo nulla da sentire da lui!:-) (eccome se ce l'abbiamo...R.I.P. JOHN SARAI ETERNAMENTE IL MIGLIORE!). La sperimentazione sonora che ha sempre caratterizzato il songwriting Townshendiano raggiunge qui uno dei picchi non proprio più alti, e troviamo un campionamento "percussionisticovocale" che ripete insistentemente la domanda"Did You Steal My Money"posta da una rockstar che ha sorpassato la trentina, che si sente usato e abusato(e conseguentemente fregato!) dall'amante di turno, che approfitta della sbornia del ragazzo per"grattare"il suo denaro..chi sarà mai questa trentenne rockstar frustrata sull'orlo del precipizio dell'eroina che gli sarà quasi fatale qualche anno più tardi?..Tutto sommato però un pezzo non proprio da buttar via e ben suonato e curato negli
arrangiamenti. "How Can You Do It Alone"ripercorre per certi versi la strada tracciata con il precedente LP "Who Are You"risultando un brano gradevole e degno del nome degli WHO, in cui sebbene sia presente l'ormai consolidato sapore primi anni'80 non mancano le sequenze vocali divise tra Daltrey e Townshend e la verve del gruppo. Simpatica la fanfara a metà canzone e bello il cantato
basso di Roger! (a-là strofa di"The Music Must Change" del solito"Who Are You"). L'up-tempo iniziale, i controcanti e una melodia molto riflessiva nei bridge della canzone caratterizzano"Daily Records", ma c'è una domanda: è proprio al suo posto in canzoni come queste l'organo Hammond, considerato che per di più ci si trova al principio degli anni'80? In "You" ritroviamo parte dell'energia degli Who propria degli anni'70 e un suono di chitarra che ricorda"Success Story"presente in"By Numbers", non senza una strofa che fa pensare vagamente a"Dr.Jimmy", se non altro per il basso che tiene la nota mentre gli accordi vengono posti sopra secondo la logica sequenza dettata dalle regole dell'armonia musicale. "Save me!..Save me!"recita il testo, mentre la musica tesa ed energica fa da sfondo ad esso. "Another Tricky Day"si apre con i tipici power chords di stampo Pete Townshend, ma poi scade nei clichè della melodiosità insulsa di certe produzioni proprie dell'epoca, nel duetto botta e risposta tra Pete e Roger, riprendendo leggermente quota nel refrain in cui ancora una volta
una fantomatica interlocutrice femminile si diverte alle spalle dell'autore...e questa non è"crisi sociale!"
Anche qui ritroviamo i coretti che infarciscono tutto l'album e il sapiente alternarsi di arpeggi chitarristici che lo costituiscono. Sotto il profilo dell'esecuzione non c'è niente da rimproverare a"Face dances", forse in qualche pezzo si batte la fiacca(neanche troppo!) ma il livello dei musicisti resta comunque alto pur nella-relativa-semplicità che ha sempre caratterizzato il combo inglese: gli arrangiamenti sono ben curati e ben eseguiti, la varietà sonora si può sentire abbastanza.
In conclusione, non un album per chi cerca gli Who vecchio stampo dei tempi d'oro che furono i '60 e la prima metà degli anni'70, ma un album che segna forse l'ultimo (e non pienamente riuscito)
slancio compositivo di Pete Townshend che, a parte qualche sparuto episodio di successo nei venturi anni'80 come solista e con le periodiche reunion degli Who, non raggiungerà, suo e nostro malgrado, mai più gli apici storici del passato.
Sembra sempre che ci sia qualcosa che manchi...o forse Qualcuno?..

Recensione di The Who Sell Out:

(by Raimondo Uccellari)

Prima di iniziare in 2 parole a descrivervi quest'album, fondamentale nell'evoluzione musicale del gruppo, volevo fare una piccola osservazione, per quelle persone che aprendo la sezione delle recensioni sezione si aspettano sicuramente di trovare una completa e dettagliata descrizione del capolavoro del gruppo. Per quel che mi riguarda, pensando anche agli altri "recensori", penso che parlare della rock opera in questione (ovviamente Tommy) incuta un po' di timore e soggezione, da parte dei più grandi estimatori del gruppo, o comunque di chi ne conosca l'importanza, la bellezza, la vastità e complessità dei temi, etc... Una mia proposta è quella che una trattazipone un minimo completa potrebbe essere fatta dall'unione di vari spunti, impressioni e pareri provenienti da più appassionati, una sorta di "collage".

Venendo finalmente al nostro disco, proverò a parlare dell'album che a mio parere (e non solo mio), rappresenta la svolta musicale del gruppo, o per meglio dire quella compositiva di Townshend. Il nostro caro Pete infatti, con quest'album inizierà a scrollarsi di dosso la fama di songwriter buono solo per singoli da Hit, per attribuirsi quella (sappiamo quanto meritata) di compositore completo e originale di musica rock che segnerà un'epoca. Questo lavoro verrà portato a termine con la successiva celeberrima opera già menzionata. Eh sì, perchè forse tutti non sanno che proprio sulle basi (concettuali e musicali) gettate da "Sell out" nascerà poi lo splendore di Tommy.

Il terzo Lp del gruppo segna quindi il primo passo verso la maturità compositiva dell'ancora giovane Pete, che crea un album che per la prima volta presenta concettualmente canzoni uniformate da un tema comune e musicalmente si distacca dal Brit pop dell'album precedente e si avvia ad essere la base per il suono che la band ricercherà negli anni successivi. Tutta la spontaneità e l'ironia musicali del gruppo esplodono in "Sell out", dando vita ad un quadro satirico di una società in cui il consumismo è sempre più imperante. A partire dalla copertina, per arrivare agli stacchetti pubblicitari radiofonici ed ai testi dell'album, tutto mima spot di immaginari prodotti trasmessi per radio, televisione e giornali inglesi. In questo ruolo anche "The ox", (che ora ci guarda da lassù) sfodera il suo celeberrimo lato satirico/grottesco, che lo ha contraddistinto in composizioni ed interpretazioni durante la sua carriera, in pezzi come "Silas Stingy".

Armenia city in the Sky ci introduce all'album, col suo suono caratterizzato da una sezione ritmica pesante e da due voci sovrapposte.

La simpatica Heinz baked beans, introduce la serie degli spot di prodotti, in questo caso di fagioli.

Mary Ann with the shaky hand proviene direttamente dalle fantasie sessuali di Pete, che in questo brano rivela inoltre la sua abilità come chitarrista ritmico.

Odorono continua nella serie degli spot (qui un deodorante) con una melodia accattivante al limite del ridicolo.

Tattoo, terzo spot,è un piccolo gioiello, nella sua semplicità per l'uso fantastico dei cori.

Our love was è una delle gemme dell'album, per la batteria geniale di Moon, le sentite interpretazioni chitarristica e vocale e la musica azzeccata. una delle poche canzoni dal tema amoroso è trattato seriamente.

I can see for miles è l'unico singolo tratto da questo album e la canzone che meglio rappresenta questo periodo degli Who, sempre protagoniste la batteria di Moon e la ritmica di Pete; pezzo memorabile.

 I can't reach you è un'altra love song di Pete; delicata e soffice la strofa ed azzeccato il ritornello.

Medac chiude la serie degli spot con i suoi pochi secondi.

Relax è un invito a rilassarsi fatto dalla band anche uso di fiati e dell'organo,una dela mia preferite

Di Silas Stingy ho già parlato, composizione di John dall'arrangiamento particolare.

Sunrise è una ballata caratterizzata dall'acustica e dalla voce di Pete, entrambe soffici, delicate. bello l'intermezzo arpeggiato.

Rael è l'ultimo pezzo dell'album originale, mini-opera strutturata in tre parti, introduce in ultimo il tema dell'Underture di Tommy.

Delle tracce aggiunte nella versione rimasterizzata, (consigliata agli appassionati) segnalo Glittering Girl e Glow Girl per la presenza di temi poi sviluppati in Tommy ed altre canzoni notevoli come Melancholia e Jaguar, oltre che gradevoli composizioni di Roger (Early morning cold taxi) e di Keith (Girl's eyes).

Nel complesso un album innovativo come suono, dal messaggio riuscitamente ironico e di una freschezza compositiva tale da farne uno dei pezzi forti della discografia del nostro gruppo.

Recensione di Who Are You:

(by Ugo Fasulo, simugo25@hotmail.com)

Senz'altro ne è passato del tempo da my generation, senz'altro la tecnologia è all'avanguardia, senz'altro gli WHO furono all'avanguardia. L'album esce nell'agosto 1978, e Townshend cerca di dare nuove sonorità alla musica del gruppo,che si discosta in qualche modo molto più graffianti dei prototipi primi anni '70. Ditemi quale altro gruppo rock dell'epoca ha usato così egregiamente il sintetizzatore? Curiosamente, quasi come fosse una premonizione, nella copertina dell'album Moon siede su una vecchia seggiola sulla quale leggiamo le seguenti parole "not to be taken away". Alchè viene da chiederci se la sua è stata una morte accidentale o da suicidio. Sappiamo sicuramente che la morte lo ha strappato dalla vita catapultandolo nell'Olimpo del rock. Ed è per questo che WHO ARE YOU non può mancare nella collezione di tutti gli appassionati di questa band. Io chiamerei l'album "l'ultimo Moon".
L'album consta di otto pezzi:
1. New Song - il potente sintetizzatore introduce il disco e lancia il flusso di un nuovo grido.
2. Had enough - composizione di Entwistle (avrebbe dovuto far parte del suo incipit come solista), ma che è finita nel disco. L'atmosfera ci ricorda il western e la struttura è arricchita da corni e violino.
3. 905 - altra canzone di John in cui compare anche il sintetizzatore.
4. Sister disco - divenne un classico live, bellissimi i "solo" con la chitarra.
5. Trick of the light - Cosa, se non il basso, potrebbe caratterizzare la terza canzone di Entwistle?
6. Guitar and pen - Ottimo brano sperimentale ispirato ai musical di Gilbert & Sullivan.
7. Love is coming down - Roger interpreta in modo sentito questo pezzo dalle sonorità drammatiche
8. Who Are You - L'ultimo gioiello di Pete con gli Who,senz'altro la canzone è una ricerca di se stesso,che Townshend intraprende dopo essere stato per molto tempo in preda agli eccessi. Un'autentica fonte energetica, molto suggestivo se ascoltato live.

Recensione di The Who By Numbers:

(by Mattia Cerato)

Voglio parlare un po di questo album perche nessuno lo ricorda mai parlando degli Who, si fa riferimento ai piu famosi Tommy, Live at Leeds, Who's next etc etc..ma io credo che questo sia stato uno dei loro grandi album, forse il loro ultimo grande album perche' Who Are You a parte per qualche canzone non mi soddisfa molto, non erano piu Who, ecco tutto.

Dunque, tanto percominciare non penso che ci sia una sola canzone brutta nè fuori posto, a partre la strana Success story che cmq mi piace molto ma forse nn sta tanto bene all'interno dell'album....ma questo sembra non passare alla mente ai produttori di best of e compilation vari che non hanno quasi mai osato mettere  in nessuno di questi una sola canzone dell'album...

L'album ha probabilmente la migliore canzone in How many friends, che io adoro per il riff con la potente voce di Roger. Un altra canzone che potrebbe essere votata come migliore dell'album e che probabilmente ha in se qualcosa di Quadrophenico in senso musicale e' sicuramente Dreaming from the waist.

They are all in love e' una classica ballata melodica che e' bene ascoltare come intermezzo nel cd tra una canzone e un altra.

Squeeze box e' un altra di quelle canzoni che mi piacciono moltissimo anche perche' fa intendere che a volte non bisogna per forza avere un testo complicato e ricercatissimo per avere una grande canzone...basta trovare la melodia giusta e  abbinarla con le parole..voglio dire, sicuramente Squeeze box non ha un testo profondo ma e' bellissima...

Nn saprei che voto dare a questo album, bisogna tenere conto che Townshend era reduce dalle fatiche dell'opera Quadrophenia quando scrisse questo lavoro, ed e' gia' tanto che avesse ancora idee per scrivere qualcosa con tutto quello che aveva sfornato prima la sua geniale mente musicale...cmq gli darei un 8,7 piu o meno...strano voto per uno strano album.....WE ARE THE MODS WE ARE THE MODS.

The Who migliore rock band di sempre?

(by Mattia Cerato)

Sono molti a pensarlo, almeno delle persone che conosco,e la cosa non mi stupisce affatto, lo penso anche io.

Ora vorrete una spiegazione a tutto ciò, beh, non sono sicuro di averla.Ma ci posso provare.

Allora, prima di tutto,sono probabilmente la migliore band live che si sia mai potuta trovare in circolazione,e su questo nn credo ci siano molti dubbi, chi non lo pensa puo' sempre comprarsi il Live at Leeds doppio per convincersi.

Secondo: sono stati i primi a sfornare una rock and roll opera, Tommy, che e' infatti stata composta prima del molto più famoso Jesus Christ Superstar, ottimo anche quello,ma non sicuramente bello e ricco di originalità come Tommy che in se fonde molte tematiche.

Terzo: l'hanno voluto rifare, intendo comporre un altra rock opera di elevato spessore come Quadrophenia,epopea della generazione mod, della loro generazione.Il tutto e' culminato nel film che io trovo sia speciale ed unico nel suo genere, e nel quale le musiche si combinano sicuramente benissimo-soprattutto all'inizio,quando sulle note della carichissima the real me Jimmy attraversa Londra col suo scooter,emblema dei mods.

Altro motivo, col loro stile hanno immortalato per sempre il genere rock, sia nel spaccare gli strumenti che prima o poi tutti hanno imitato, comprese band di notevole spessore, e nel vestire a mo' di bandiera inglese, cosa che i punk sapranno copiare bene bene.Gia, perchè i punk non erano niente di originale, era tutto gia stato visto 13-15 anni prima dalle generazioni precedenti.

Poi, secondo me, sempre col loro genere hanno ispirato troppe band in giro nel mondo, quali Pearl Jam, Sex Pistols, Clash, Nirvana solo per citare i più famosi....insomma, non sono diventati il simbolo del rock come lo possono essere i Rolling Stones,anche perchè gli Stones sono diventati famosi un pelino prima,ma gli Who con gli Stones non centrano proprio niente.Non penso che ci sia un musicista degli Stones che ne valga uno degli Who. Cioe',gli Who avevano sicuramente il migliore bassista ed il migliore batterista sulla piazza,la voce era anche essa fortissima e la chitarra di pete trascinante nelle esibizioni live...insomma pensatela come volete ma secondo me non c'e stato nessuno meglio di loro.....e nn ci sara' mai...

Recensione di Magic Bus, diario di una rock-girl:

(by Marco da "Mototurismo", marco.borsani@tin.it)

Londra,  un'estate di vent'anni fa.

Una ragazzina italiana di quattordici anni trascorre interi pomeriggi di fronte alla casa del suo mito nella speranza di incontrarlo e conoscerlo.Il mito in questione non è il pin-up boy di turno, ma Pete Townshend, allora gia' navigata rockstar prossima alla quarantina, e questo già ispira simpatia. La ragazzina è Eleonora Bagarotti, l'autrice di questo libro.  Attualmente scrive per il mensile musicale Jam e tra le numerose attività svolte c'è anche un'incarico come press agent per gli Who e come traduttrice italiana dei testi dell'opera Lifehouse. Magic Bus è il suo diario di questi vent'anni trascorsi da fan dietro le quinte, dapprima nella Londra degli anni '80, poi a New York e a Dublino.

La sua storia si incrocia con gli  incontri avvenuti con svariati personaggi illustri della musica rock ( oltre agli Who, Paul e Linda Mc Cartney e più avanti David Bowie, Bono, Elvis Costello, Jimmy Page e i Black Crowes, tra gli altri ) e con eventi memorabili quali il Live-Aid,  ma anche con perfetti sconosciuti la cui storia meritava di essere raccontata ( un amico gay prematuramente scomparso a causa dell'Aids, o le grupies che aiutavano Marianne Faithfull nei momenti più duri della sua vita),  il tutto condito con divertenti aneddoti e retroscena da backstage. 

A fare da liet-motiv è il suo amore per Pete Townshend, le cui vicende umane ed artistiche degli ultimi vent'anni vengono   seguite e raccontate appassionatamente dall'autrice. Non è questo il periodo più fertile e creativo per il vecchio leone, ma neppure vanno sottovalutati i suoi lavori solisti che si sono alternati alle periodiche reunion degli Who. (Come non darle ragione quando lamenta la poca considerazione della stampa italiana per lo storico Lifehouse?). Ed è Townshend in persona a scrivere la prefazione di questo libro, scansando ogni eventuale dubbio sulla verosimilità del racconto. Insomma un  libro, questo Magic Bus, che ha il pregio di essere piacevole e interessante  anche per chi non s'interessa di musica. Da leggere assolutamente in caso contrario.

Long live rock!

Recensione di Live at Leeds (De Luxe Edition):

(by Marco da "Mototurismo", marco.borsani@tin.it)

Cavalcando il successo di "Tommy", gli Who nel '69 girarono il mondo in tour, con concerti trionfali e con l'intenzione di ricavarne un disco dal vivo.A questo scopo fecero un concerto nell'università di Leeds, dopo essersi accorti che nessuno voleva assumersi la briga di ascoltarsi ore ed ore di registrazione fatte nell'arco del tour per selezionarne il materiale. Con una copertina ironicamente asciutta, come quella di un bootleg e una qualità sonora eccezionale per il periodo, il Leeds vide la luce nel '70, e da allora non c'é selezione, classifica o sondaggio che non lo  indichi tra i primi 10  album dal vivo della musica rock. E' qui che il sound degli Who si rivela finalmente in tutta la sua energia, che nei dischi fino a quel momento restava imbrigliata, incapace di esplodere come nelle leggendarie esibizioni. Il drumming debordante di Moon ed il basso distorto di Entwistle  formavano una delle piu' pesanti sezioni ritmiche in circolazione, la voce di Roger Daltrey aveva perso il suo timbro adolescenziale e si era fatta adulta e Townshend, che ora si affidava ai suoni gonfi della sua Gibson, si riconfermava soprattutto un'ottimo chitarrista ritmico, vero navigatore nel tour-de-force del concerto. Il repertorio comprendeva tre cover : "Young Man Blues" di Mose Allison, "Shakin' All Over" e la classica "Summertime Blues" di Eddie Cochran, rilette con una furia devastante. C'erano poi una frettolosa "Substitute" ridotta poco più che a un trailer; una versione libera di "Magic Bus", che nobilita un brano non proprio esaltante e  soprattutto una  lunga  cavalcata di quindici minuti: il titolo dice "My Generation", ma in realtà lo storico hit occupa solo i primi tre minuti  di un lungo medley che si sviluppa tra potenti riff, delicati arpeggi e citazioni da Tommy, quasi un riassunto dell'evoluzione della band,  passata dal beat duro ed essenziale degli esordi alla piu' complessa struttura dell'opera rock.Un album, insomma, che aveva il solo difetto di non essere un doppio. Nel '94 ne venne pubblicata una nuova versione con l'aggiunta di ben otto brani tra cui "I Can't Explain", "I'm A Boy", "Happy Jack", la mini-opera "A Quick One" ed altre che offuscavano di gran lunga le versioni originali. Ora il Leeds vede la sua terza versione e, a parte la seccatura di doverlo ricomprare per la terza volta, ora comprende finalmente  l'intero set, con "Tommy" riproposto quasi nella sua interezza. La celeberrima opera perde qualche sfumatura rispetto alla versione in studio, ma guadagna in energia tirando fuori la sua anima più rock.

Ancora una volta uno di migliori album live di sempre.

Recensione di Who's next:

(by Federico, http://www.geocities.com/noel_kjuss/index.htm)

Probabilmente il più famoso album degli Who, quest' album appartiene alla triade di album più trasmessi dalle radio rock ( gli altri due sono Led Zeppelin "Untitled", il quarto per intenderci, e "Dark Side Of The Moon" ) e ha ricevuto spesso dalla critica elogi come miglior album mai inciso dal gruppo inglese ; "Who' S Next" è sicuramente un grande album ma, come spesso accade in questi casi, molto sopravvalutato.Ma prima un po' di cenni storici...Dopo il successo ottenuto nel ' 69 con la rock-opera "Tommy", gli Who decidono di prendersi un periodo di riposo, concentrandosi soprattutto sui concerti rinnovandone il repertorio ; è in questo periodo che il loro chitarrista e songwriter, Pete Townshend, concepisce l' idea di un' altra rock opera, ma molto più mastodontica di "Tommy", una sorta di opera totale che avrebbe dovuto fondere il teatro e il cinema, con abbondanti interventi musicali suonati dal vivo dagli Who stessi durante la rappresentazione ; il soggetto avrebbe dovuto essere il potere salvifico della musica rock ( peraltro già presente in "Tommy" ) e l' amore universale, visto come elemento catartico.Gli enormi costi fecero fallire questo progetto, purtuttavia erano già state fatte delle incisioni, sia live che in studio, e gli Who decisero di pubblicare un album che le contenesse : paradossalmente fu l' unico loro numero uno! 

Ciò che distingue quest' album dai precedenti è sicuramente l' immacolata e precisa produzione : per una volta i tecnici dello studio sono riusciti a dare lo spessore necessario al basso di Entwistle e i tamburi di Keith Moon sono finalmente registrati ad un volume consono al suo stile ( in questo modo le sue famosissime rullate acquisiscono sfumature impensabili fino a qualche anno prima! ).Un' altra caratteristica dell' album, che colpisce subito chiunque si abbia ascoltato le loro prime incisioni, è senz' altro l' ampiezza della strumentazione utilizzata : il piano del famoso Nick Hopkins ( collaborò con Beatles, Rolling Stones e Jimi Hendrix Experience ), il violino in "Baba O' Riley", ma soprattutto i sintetizzatori ; infatti "Who' S Next" fu uno dei primi album ad utilizzare massicciamente i sintetizzatori, ma pur sempre con gusto, senza sovraccaricare la struttura della canzone e soprattutto senza cadere nella self-indulgence ( come accadrà nell album "Who Are You" del 1979 ).Un' altra caratteristica di quest' album è anche il "risveglio" del cantante Roger Daltrey : mentre la sua voce era constantemente migliorata nel corso degli anni ' 60, qui esplode in pieno e finalmente egli tira fuori tutta la potenza di cui è capace, conferendo un tono epico e pieno di grandiosità a certe canzoni come "Won' T Get Fooled Again" ; con l' andare del tempo questa interpretazione sempre aggressiva della parte vocale delle canzoni diventerà un motivo di attrito all' interno del gruppo, ma ora i suoi compari sono ben lieti di questa novità che amplia l' orizzonte delle loro sonorità.

Tematicamente parlando, l' album è piuttosto scarno, e le canzoni, a differenza degli album precedenti e del successivo, non sono legate da alcun filo.I testi non sono molto notevoli e sono costituiti in gran parte da canzoni d' amore ; due sono le eccezioni : "Baba O' Riley", una canzone il cui tema può essere visto come una sorta di "carpe diem" trasposto in musica rock, che tratta della fuggevolezza dell' età dell' innocenza la cui visione non è però del tutto idilliaca ( sembra quasi che Townshend abbia scritto questa canzone immediatamente dopo il suo passaggio alla "maggiore" età : l' immagine del "...tennage wasteland..." ha sicuramente una connotazione malinconica ) ; l' altra eccezione è costituita da "Won' T Get Fooled Again", una sorta di manifesto della delusione generazionale sorta dopo Woodstock ( hmmm, forse è più appropriato dire che essa giunse al suo culmine proprio durante la manifestazione che, a differenza di quanto molti pensano, segnò la fine del cosiddetto flower power e lo strapotere delle case discografiche ).

Mi sento un po' in imbarazzo nel parlare di queste arcinote canzoni, ma un po' di chiacchera riguardo alle più famose sarà di sicuro d' aiuto al non-conoscitore degli Who.

La prima canzone, "Baba O' Riley", potrebbe essere già nota a molti essendo stata spesso ripresa nei concerti dai Pearl Jam ( che molto si ispirano agli Who, a partire dal loro album "Vitalogy" ) ; si fonda su un continuo muro di suono creato con il sintetizzatore A.R.P. e su un cattivo e distorto riff di chitarra ( che ha molte vicinanze con il punk ; non va infatti dimenticato che la maggior parte dei gruppi punk, soprattutto quelli storici come Clash e Sex Pistol, presero molti creati negli anni 60 da gruppi come Kinks, Who e Stones ) che trova una solidissima contrapposizione nella controllata e precisa -ma ugualmente potente- batteria di K. Moon ; un' altra caratteristica notevole della canzone è anche il contrasto tra la soffice voce di Townshend e il ruggito di Daltrey."Bargain" è una solida composizione rock, con una batteria veramente fantasiosa, che spesso sembra accompagnare la melodia stessa oltre che a tenere il ritmo ; la chitarra è fortemente distorta e, come usuale per la produzione della band di quel periodo, accoppiata ad una chitarra acustica.Cosa altro dire di questa canzone?E' sicuramente piacevole, ma nulla più."Love Ain' T For Keeping" è invece una splendida ballata acustica, giocata su un dolce intreccio di chitarre acustiche che contribuiscono molto anche al ritmo della canzone ; l' assolo, sempre su chitarra acustica è uno dei migliori in cui Townshend si esibisca ( ma non eccelso, Pete non è questa grande chitarra solista ) e la parte vocale contribuisce con piacevoli spunti vivaci.L' unico contributo di Entwistle all' album è "My Wife", canzone puramente rock, che si avvale di un accattivante riff, sapientemente mischiato ad interventi dei fiati e al piano del sempre ottimo N. Hopkins : uno dei cavalli di battagli nei loro live."The Song Is Over" è una desolata canzone incentrata sulla struggente perdita di un amore ma con possibili interpretazioni mistico-religiose ; la musica è molto complessa e si basa soprattutto sul piano e sui sintetizzatori, anche se devo ammettere che la melodia non è delle migliori e questo rende difficile sopportare la canzone per i suoi sei minuti.L' album ha un momento di stanca rappresentato dalla vuota ballata "Getting In Tune" (  la cui musica è decisamente ben arrangiata è composta ) e dalla ridicola "Going Mobile" al cui testo sciocco si inserisce una musica abbastanza pretenziosa che rende la canzone veramente oltraggiosa!Fortunatamente ci viene a salvare la splendida ballata "Behind Blue Eyes" contituita nella prima parte da un bell' arpeggio acustico e da delicate armonie vocali ; la seconda parte è invece u bell' esempio di hard-rock a la Who, con Daltrey che canta in modo sguaiato e convincente, con un potentissimo apporto musicale constituito ( oltre che dal solito eccellente basso ) dal furioso "duello" tra le potenti e veloci rullate di Moon e il furioso e distorto riff di Townshend.L' album si chiude con la canzone "Won' T Get Fooled Again", che si potrebbe definire anche punk a volerlo, se non che gli Who sono troppo intelligenti e raffinati per ricevere offese di questo tipo.....scusate, mi sono lasciato trascinare dai miei gusti personali.La melodia è sicuramente bella ma la canzone è troppo lunga e ripetitiva, nonostante i vivaci interventi di chitarra ritmica, le rullate e il famosissimo urlo di Daltrey ; comunque la canzone è solida e scorre piacevole, almeno sulle mie orecchie!

Che cosa non mi convince in questo album?Le canzoni : ben arrangiate, ben suonate, ma le melodie non sono sempre così originali o ben composte.Inoltre i testi non sono così significativi come in "Tommy" o in "The Who Sell Out" e l' album risulta piuttosto povero di contenuti, anche se la musica è sicuramente fantastica e rende giustizia al miglior gruppo live degli anni 60 e primi 70.Aaaah, se "Tommy" fosse stato prodotto così...

Se dovessi dare un voto da 1 a 10 a quest' album, un 8 mi sembrerebbe la cosa più appropriata per questo disco.