The Wall
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Recensione del concerto all'Arena di Verona
(by Athos)
Lunedi’ ho
assistito al concerto degli Who, all’Arena di Verona. Se retoricamente mi
venisse chiesto:”Come e’ andato il concerto?”, ed io rispondessi con la rigida
successione degli eventi, descriverei un disastro.
In realta’ ho assistito, forse, al miglior concerto a cui ho partecipato. La mia
affermazione ha bisogno di un po’ di preparazione, ed e’ comunque rivolta a chi,
come me ,valuta al di la’ dei tecnicismi esasperati che certi miti sono in
grado di fornire sul palco. Ho iniziato a pensare a questo evento molti mesi fa,
prima ancora che i biglietti fossero in vendita. Lo idealizzavo come forte
sollecitazione di memoria e cuore. Non avevo ancora 10 anni , quando dal
registratore a bobine dei miei genitori comparve , tra le altre cose, “Substitute”.
A quell’eta’ iniziavano i miei primi “pruriti “ musicali e gli Who, cosi’ come
molti altri gruppi, non mi hanno piu’ abbandonato, avvolgendo la mia
immaginazione con musiche e drammi variegati. Questa condizione mi ha spinto a
comprare 2 biglietti nei migliori posti possibili, all’apertura delle vendite on
line. Due biglietti senza sapere se a distanza di mesi sarei riuscito a
spostarmi, due biglietti senza sapere a chi fosse destinato il secondo, ma con
la speranza della partecipazione di un familiare, per poter condividere
l’esperienza. Per una serie di circostanze, alla fine ho chiesto a mio figlio
che ha quasi 10 anni…..la storia si ripete. Lui sa gia’ chi era Keith Moon “per
colpa mia”, e dopo aver visto alcuni filmati lo ha soprannominato il batterista
pazzo. Comunque accetta di seguirmi, anche se ho la sensazione che voglia farmi
un favore. Poco importa, penso, sapra’ rivalutare col tempo questa esperienza,
qualunque cosa accada. Arriviamo a Verona col sole e ci avviciniamo al luogo
dell’evento per sentire l’atmosfera. Appena possibile entriamo , e sono forse le
20. Mentre un trio di rocchettari americani si esibisce, mi guardo attorno e
l’emozione sale. Non vedo nessun altro bimbo in giro e faccio notare al mio
piccolo quanto sia fortunato. Chissa’ se condivide.
Il cielo rumoreggia , ma sembra ancora sereno e alle 21 .15 “The Who” iniziano.
Le prime gocce arrivano con “Substitute” e siamo solo al secondo pezzo. Ci
copriamo , ombrelli e k-way, immaginando che il problema sia solo nostro e che
il palco coperto assicuri la protezione adeguata, ma non e’ cosi’, ed il vento
completa l’opera , ed anche lo stato di sicurezza viene a mancare. Alla quinta
canzone i riflettori si spengono e Pete si congeda dicendo qualcosa del tipo:”Di
solito siete voi a bagnarvi e non io!!!”. Ed e’ il diluvio.
Ripariamo tutti nei meandri dell’Arena, delusi e quasi certi della sospensione.
Cerco le parole per giustificarmi davanti mio figlio , ma non servono, lui si
sta divertendo lo stesso. Dopo forse un ora , i movimenti nei cunicoli fanno
capire che si rientra. La maggior parte del pubblico e’ rimasta sulle gradinate
, in speranzosa attesa. Qualcuno dal palco ci dice che lo spettacolo riprendera’,
mentre si asciugano strumenti e pavimento.Un sospiro di sollievo. E loro
rientrano e ripartono le immagini di sottofondo, quelle proiezioni che
purtroppo non ho potuto godere appieno per mancanza di visibilita’. Si riparte
con” Behind blues eyes”, ma ….ecco il dramma di Roger. La voce e’ sparita,
nascosta dal freddo e dall’acqua di questa sera maledetta. Daltrey smette di
cantare e impreca, mentre gli altri lo guardano attonito. Non e’ il capriccio di
un divo, ma l’impossibilita’ di dare il meglio di se’ davanti al tuo pubblico,
un pubblico che aspetta da 40 anni. Si ritirano e dopo poco Pete si ripresenta
sconsolato sul palco, accompagnato da uno pseudo traduttore. “Roger non c’e’ la
fa, la voce e’ andata via, siamo veramente dispiaciuti..”
E’ il dramma per tutti ora. Ma uno spiraglio si apre e Towsend ci chiede di
aspettare ancora qualche minuto. E continua a piovere. Ormai siamo tutti in
piedi e si guarda il palco come possibile, nel mio caso tra le aperture lasciate
dagli ombrelli. Rientrano sotto un coro di applausi e urla e l’alchimia si
compie. La scaletta non e’ piu’ quella originale, ma si propongono i pezzi
storici e Pete prende in mano il gruppo….da tutti i punti di vista. Roger
continua a scusarsi , ma non e’ certo da un episodio sfortunato che si traggono
giudizi e la sua immagine non subisce appannamenti, anzi si fortifica. Cantiamo
tutti con lui e cerchiamo di compensare le sue carenze . Ma chi mi impressiona
e’ Townshend. E’ fantastico dal punto di vista della ritmica, ma anche i suoi
a-solo entusiasmano. Ma la domanda e’:”Da dove arriva tutta quell’energia?!”. Il
braccio rotea come 40 anni fa , e le sue posizioni sono uniche.
Riconoscerei la sua ombra fornita di chitarra ovunque…
I pezzi si susseguono,
“My generation”, “Magic Bus”, “Won’t Get
Fooled Again”, Baba O’Riley”, ed io realizzo che mi sto appropriando di
un pezzo di storia. E’ un concerto travagliato dove ho trovato tutti gli
ingredienti, dove non c’e’ stata solo musica, ma una piccola tragedia, nel posto
appropriato. E’ un momento in cui ho rivisto amici, solidarieta’ per le tragedie
personali, voglia di andare avanti a qualunque costo , con migliaia di persone
che spingono sul palco uomini magari schiacciati per un attimo dalla delusione.
Mi piace vederla cosi’, senza pensare al businnes, senza riflettere sulle
pressioni che i promoter avranno esercitato. Su quel palco c’erano dei mostri di
bravura ed esperienza, uomini in difficolta’, e noi che pendevamo dalle loro
labbra abbiamo contribuito alla realizzazione di un grande concerto. E io
guardando il mio figlioletto stanco, dopo averlo sentito urlare”uuuuu ariu uu uu”,
ho immaginato di passargli il testimone, anche se spero di poterlo custodire
assieme a lui, ancora per un po'. Lo spettacolo finisce senza bis. Si esce con
compostezza dall’Arena e ci si tuffa sui banchetti di maglie contraffatte, tanto
da prolungare il sogno.
E l’acqua continua a cadere incessantemente .
This could be the last time The Who, Wembley Arena – London – 27/06/07
(by Giampaolo Corradini)
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Almeno non finirà come a Verona: la Wembley Arena è al coperto. Questo era il pensiero fisso di chi scrive, nei giorni precedenti il concerto degli Who a Londra del 27 giugno scorso. Troppo recente (e cocente) la delusione per lo show di Verona per non temere che qualcosa potesse andare storto anche a Londra. E invece… L’atmosfera è tutta un’altra cosa. Non c’è niente da fare, vedere gli Who a Londra - a casa loro - è un’esperienza esaltante sotto ogni punto di vista. Sia che si tratti, come nel 2006, di un festival nel verde di Hyde Park, oppure, come quest’anno, di un evento da posti numerati al chiuso della Wembley Arena. L’uscita dalla metropolitana, ad esempio, con l’imponente stadio di Wembley sullo sfondo, dà già il senso dell’evento. Ed anche la nutrita schiera di venditori di t-shirt e gadget abusivi, che accoglie il pubblico appena varcata la soglia dell’undeground, emana un senso di esaltazione. Di fronte all’ingresso della Wembley Arena c’è già una discreta calca, anche se mancano ancora due ore allo spettacolo ed i posti sono tutti numerati. Nell’aria si diffondono le note degli Who, che escono a volume contenuto dalle casse di fronte alla Main Entrance. Un’ora dopo, di fronte ad un’Arena ancora praticamente deserta, tocca ai bravissimi Charlatans provare a scaldare gli animi. Il poco pubblico presente manda segnali di apprezzamento, ma la band inglese avrebbe meritato di più. Manca poco all’inizio, l’Arena è ancora semideserta: il pubblico è tutto accalcato nei bar della struttura, interessato più a bere birra che ad ascoltare l’opening act. Alle 20,45 precise, mentre ancora una buona parte del pubblico sta cercando il suo posto, The Who salgono sul palco. L’ovazione della gente mette la pelle d’oca, il colpo d’occhio è straordinario. Proprio come l’anno scorso all’Hyde Park Calling Festival, Pete è di umore ciarliero: “Siamo qui per fare il culo a Shirley Bassey” urla prima di attaccare una incandescente versione di I can’t explain. Probabilmente Pete ha voluto “ironizzare” sul fatto che la stampa inglese ha dato molto rilievo al vigore dell’anziana cantante, in cartellone con gli Who al festival di Glastonbury che si era tenuto il weekend precedente. Come a dire, insomma, che The Who hanno ancora energia da vendere. E l’energia degli Who emana tutta dal secondo brano, The Seeker, e soprattutto dal terzo, Anyway, anyhow, anywhere. Un anziano spettatore si alza dal suo posto in platea per mettersi a ballare, mentre tre uscieri in uniforme cercano invano di rimetterlo a sedere. La voce di Roger è estremamente affaticata, niente a che vedere con le ottime prestazioni dello scorso anno, ma lo spettacolo è comunque esaltante: dal punto di vista della presenza scenica, Townshend e Daltrey sono in piena forma e l’acustica dell’Arena, pur alquanto “inscatolata”, è comunque buona. Pete, tra un pezzo e l’altro, parla volentieri con il pubblico: “Sto morendo di caldo sotto questa giacca – spiega ridendo – ma non ho alcuna intenzione di togliermela. È un modello Syd Barrett, pieno di tasche interne per metterci un sacco di cose interessanti”. Con Fragments l’eccitazione della folla si spegne, per riaccendersi immediatamente con la seguente Who are you. Behind blue eyes viene ascoltata in religioso silenzio dal pubblico, anche se la versione non è precisamente top class: la voce di Roger incespica, Towshend pasticcia un po’ l’arpeggio, e l’ingresso del gruppo è zoppicante. Con Real good looking boy viene introdotto un nuovo filmato, con un giovane Elvis a giganteggiare dietro le silhouette dei due Who. “Quando ho ascoltato per la prima volta il rock’n’roll – sghignazza Daltrey – l’ho amato immediatamente, soprattutto perché i miei genitori ed i miei insegnanti lo odiavano. Ero convinto di assomigliare ad Elvis”. “Tu e tutti i tuoi fottuti amici rocker credevate di somigliare ad Elvis!” lo rimbecca Townshend. È poi la volta della mini opera da Wire & Glass, accolta in maniera tiepida da un pubblico distratto, che si aspetta i brani storici. Ed è un peccato, perché l’esecuzione dei sei mini brani è trascinante, anche se la voce di Roger mostra preoccupanti segni di cedimento. L’incombenza dell’urlo finale di Mirror door, ad esempio, viene lasciata al solo Simon Townshend. Con l’intro di Baba O’Riley l’arena esplode di nuovo, Townshend, impegnato a togliersi la giacca modello Syd Barret, arriva in ritardo sull’attacco di chitarra, mentre Roger - forse per distogliere l’attenzione dalla sua voce sempre più debole – si apre la camicia, mettendo in mostra un fisico da far invidia ad un ventenne palestrato. Tocca però al pubblico urlare “They’re all wasted!” sul finale, con Roger che punta volentieri il microfono sulla folla. Il solo Pete intrattiene poi i presenti con Drowned, seguita dallo splendido duetto con Roger su A man in a purple dress che incontra la meritata ovazione dell’arena. “La prossima canzone è tratta da Quadrophenia – ironizza Pete – e parla di un personaggio che continua a ripetere ‘oh, povero me, nessuno mi capisce’. Però, attenzione, perché questo personaggio è incazzato come una bestia”. E la rabbia esplode nell’aria con una impressionante versione di The real me. Il pezzo ha la capacità di ringiovanire momentaneamente i due, tanto che si ha l’impressione di essere entrati in una macchina del tempo puntata sul 1973. |
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E poco
importa che Pete rischi di cadere malamente sulla sforbiciata finale.
L’esecuzione del brano è talmente potente da oscurare anche la seguente,
e ottima, You better you bet. Con le prime note di My generation l’arena
esplode e tutto il pubblico si alza in piedi, sconfiggendo la solerzia
degli uscieri. Quando l’urlo di Won’t get fooled again scuote le travi
della struttura il pubblico sta ancora ballando, in una sorta di trance
collettiva. E la band esce di scena. Nemmeno
tre minuti ed è già bis: The kids are alright in versione breve, Pinball
Wizard con chitarra pulita come a Verona, e Amazing Journey, eseguita in
maniera impressionante nonostante la voce di Daltrey sia ormai al
lumicino. Ma è la strumentale Sparks a far ingranare nuovamente la
quinta al gruppo. Potente, precisa, sentita, carica di una dinamica da
far paura: la canzone da Tommy riesce ad ipnotizzare tutti gli
spettatori, uno ad uno.
Quando Pete allarga le braccia lasciando libero
sfogo al feedback, esplode l’ennesimo urlo orgasmico della serata. L’intro
di See me feel me riporta tutti tristemente sulla terra. Roger attacca
male, la voce trema, sale e scende dalla nota giusta, e poi si spezza.
Ma il frontman ha una zampata improvvisa: gonfia il petto, tira fuori
fiato, ugola e polmoni, tanto che la seconda parte dell’introduzione
sembra presa dalla colonna sonora di Woodstock. Ma è solo l’ultimo acuto
prima del rantolo finale. Pete, nel frattempo, ha gettato la sua
Stratocaster per terra: quando ci cammina sopra con un ghigno alla Bart
Simpson sono in molti a scommettere che la sua Fender abbia “pochi
secondi di vita”. Ma, invece, la distruzione viene strozzata sul
nascere.
La band
esce, le luci si abbassano, sul palco restano solo i due Who originali:
“Quando ho iniziato a scrivere il nuovo album – sussurra Pete
imbracciando l’acustica – gli Who erano in tre, ora siamo rimasti in
due. Oggi sono cinque anni esatti che è morto John Entwistle. È ancora
strano, per me, essere su un palco senza di lui. Spero solo che non si
sia reincarnato in un ragno”. La battuta, ne siamo certi, è di quelle
che avrebbero fatto ribaltare dalle risate il buon vecchio The Ox…
Il
duetto finale di Tea and theatre è un po’ come le coccole dopo
l’orgasmo: sudato, quiet e pieno di feeling. E ha il potere di commuovere
l’intera arena, che non fa troppo caso agli arpeggi a volte sghembi di Pete e
alla voce roca e afona di Roger. I due si abbracciano, promettono di ritornare
presto e, a malincuore, lasciano definitivamente il palco.
La commozione è ancora nell’aria. Lo spettacolo è stato intenso, vibrante,
professionale ma allo stesso tempo denso di passione. Ma i due Who sono
palesemente stanchi: due anni di tour quasi ininterrotto hanno compromesso la
voce di Roger, che al momento non è più in grado di reggere un concerto intero a
livelli dignitosi. I balzi di Pete sono sempre più faticosi, e gli atterraggi
sempre più malfermi. Il suo guitar playing è errabondo: in alcuni passaggi
assolutamente sublime, a livelli mai toccati prima. In altri, però, il risultato
è a volte non all’altezza.
La sensazione, uscendo dall’arena circondati dai venditori di gadget - che
offrono il loro materiale a prezzi stracciati - è che gli Who, sino ad oggi,
hanno portato a termine la missione più difficile: evitare di trasformarsi in
una caricatura di se stessi, pur non avendo mai avuto – sino all’anno scorso –
del materiale nuovo da proporre. L’incantesimo, però, sembra sul punto di
spezzarsi. L’età e la fatica si fanno davvero sentire. Si ha l’impressione che
il tour del 2007 possa essere stato l’ultima occasione di vedere The Who dal
vivo all’altezza della propria fama. Per questo il ricordo del concerto appena
concluso è ancora più inestimabile. E i venditori di gadgets lo sanno benissimo.
E ne approfittano: mi incammino verso la metropolitana trasportando una borsa
piena di t-shirt acquistate compulsivamente dopo la fine dello spettacolo...
Le foto del concerto di Verona, 11 giugno 2007
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I Rose Hill Drive |
Una bella foto rovinata dall'onnipresente (e inutile) security |
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Due "signorotti" della seconda fila ;-) Indovinate chi sono? |
Pochi minuti e si scatenerà il diluvio |
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Il palco visto dal Backstage |
L'arrivo di Roger all'Arena |
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Ancora il backstage |
Heather dal gazebo segue la travagliata performance di Roger |
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Quasi al finale |
Il finale, ripreso dal backstage |
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I saluti |
Il motorhome in cui si è rifugiato Pete dopo l'esibizione |
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Un utente del sito con Zak |
Lo stesso con Roger |
Un ringraziamento ad Annamarina per le
foto dalla 5 alla 12
Un ringraziamento a Gianblasco per le ultime due
Recensione del concerto di Verona, 11 giugno 2007
(by Silian)
Recensione di Who's Next
(by Matteo Di Giovanni)
Come si può non amare una band che non può guardare un
monolite senza pisciarci sopra? Sopratutto se il monolite in questione
rappresenta un grande e ambizioso progetto originale di Pete Townshend, vero
genio creativo del gruppo.
Who’s Next, infatti, prende origine
da Lifehouse: un intricato, ossessivo
quanto profetico progetto trasformatosi in una sconclusionata raccolta di
canzoni e presto abbandonato. Tutto ciò perché Townshend aveva l’ossessione
che la sua musica dovesse trascendere dagli scopi commerciali dei produttori, al
contrario di quanto stava accadendo al suo altro capolavoro Tommy, che denuncia la fragilità dei miti che l’uomo si crea.
“Chiamerei Il prossimo dei Who (Who’s Next) un
qualsiasi LP che ne segua un altro”, affermò Pete Townshend nel 1973
aggiungendo: “Naturalmente non ho nulla in contrario a questi album”. Chiaro
che no! Spogliato del suo intento originario, il risultato di molti esperimenti
musicali, di un paio di esaurimenti nervosi, di fiumi di alcool e di numerose
canzoni scartate non è solo un grande album dei Who ma rappresenta uno dei modelli fondamentali per un disco rock.
Che sia il loro migliore LP è comunque discutibile. Ce ne sono altri che
possono sfidarlo: l’album del debutto My
Generation (1965) e il presto dimenticato The Who sell out (1967). Ma c’è una cosa che non può essere
messa in discussione: la struttura di Who’s
Next è perfetta e contiene quattro capolavori assoluti. Il primo, Baba
O’Riley, apre il disco; altri due, Bargain
e Behind Blue Eyes, commuovono ed eccitano; l’ultimo, Won’t
Get Fooled Again, chiude l’album in bellezza; le altre canzoni, comunque
ottime, fanno da contorno.
Un’altra indubbia qualità del disco è il suono: il migliore che il gruppo
abbia mai avuto. La forza e l’energia delle esecuzioni dal vivo sono
perfettamente trasportate in studio. Il suono dei sintetizzatori non altera il
loro caratteristico sound e la furia delle loro canzoni è assecondata da tante
chitarre acustiche e sprazzi di piano qua e là. John Mendelsson, critico di Rolling
Stone, ha definito il disco un’icona dello stile Who
e in particolare Won’t Get Fooled Again
rappresenta la sintesi perfetta della loro evoluzione musicale. Per la prima
volta, inoltre, viene sfruttata al meglio la differenza tra le varie personalità
del gruppo.
Il disco funziona non solo perché Daltrey canta in maniera eccezionale,
Townshend ci trascina con i suoi power
chords, Moon batte sui tamburi come un ossesso e Entwistle esegue delle
linee di basso veloci e precise, ma anche per i temi che esso presenta. Pur non
essendo un concept album, le canzoni
esprimono il contrasto tra idealismo e disillusione, tra gioventù e vecchiaia e
Bargain in particolare, la collisione
tra il potere dell’amore e l’amore del potere.
Parte del successo va attribuita anche al produttore Glyn Johns che due anni
prima aveva mixato Led Zeppelin II in
qualità di tecnico del suono.
Nonostante l’ampio successo di pubblico e di critica i componenti del gruppo
hanno sempre considerato il disco come un ripiego: semplicemente Who’s next (Il prossimo dei Who).
Recensione del concerto di Saragozza (tour 2006)
(by Fabio, www.thenoise-online.com)
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In
un assolato pomeriggio di fine luglio mi trovo finalmente a Zaragoza
pronto a tuffarmi nel clima di quella che promette di essere, (come da
sempre ci ha abituato la band di Pete Townshend),
una performance memorabile. Arrivo davanti al Pabellon Principe
Felipe con sufficienti ore di anticipo e capisco subito che probabilmente
in Spagna non sono abituati a fare la consueta ressa prima dell’apertura
dei cancelli come invece avviene da noi in Italia. Un po’ perplesso
continuo il mio giro attorno al palazzetto convinto di vedere tutto il
contorno di bancarelle, magliette, hot dogs, insomma “baracca e
bagarini” e invece niente! “ma ci sono le transenne”- dico al mio
amico spagnolo e alle ragazze- “e poi ci sono anche i manifesti!”. Comunque sia un po’ di gente che circola c’è, così vista la situazione decidiamo di allontanarci per un po’ per farci un drink; beh non potete immaginare lo sbigottimento nel vedere al nostro ritorno una fila pazzesca di gente che si accalca davanti all’ingresso ancora blindato! |
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| Allora penso “qui ci vuole un piano!”; mi avvicino, mi inserisco, mi introduco, faccio finta di niente fino a che arriva il momento fatidico.
Tanto ho fatto che entro tra le prime dieci persone: l’occasione è unica! Comincio a correre verso il palco (a dire la verità tutti gli altri se la prendono molto più comoda), Posso mettermi dove voglio, dò un’occhiata al palco e scelgo: mi piazzo leggermente sulla destra in direzione del Fender Vibroking + estension cabinet di Pete ( affiancato anche da un testata/cassa
Hiwatt). Manca un’oretta all’inizio ed è il momento dei CASBAH CLUB trio capitanato da Simon fratellino di Pete alla voce e alla chitarra, (anche per lui stratocaster e combo fender), guardate la foto e ditemi se non sembra più il cantante dei R.E.M.! I tre propongono un rock ‘n roll piuttosto energico che raccoglie il consenso del pubblico. Ci siamo! E’ il momento, si abbassano le luci, ecco Zak che si va a piazzare dietro la sua mega DW (niente a che vedere con il set minimalista beatlesiano visto pochi mesi prima con gli OASIS), poi c’è |
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Pino Palladino bassista fisso ormai da qualche anno. Rabbit tastierista storico e infine loro: i due superstiti Roger e Pete.
Il primo fa un cenno di saluto mentre l’altro sembra preoccupato solo della sua fedele strato rossa.
Parte il primo accordo di I can’t explain e si và: tra braccia in aria che ruotano su chitarre e microfoni che sfidano la forza di gravità (e soprattutto la resistenza del cavo!).
In scaletta ci sono tutti i pezzi che hanno contribuito a costruire il mito degli WHO: da who are you ? a pinball wizard da the kids are alright a won’t get fooled again fino a you better you bet anyhow anywhere anyway e naturalmente my generation giusto per citarne qualcuno; nella parte centrale c’è anche spazio per qualche pezzo acustico per es. tratto da quadrophenia che Townshend esegue chitarra e voce sul palco e più in là anche per un pezzo del nuovo disco, (ma non chiedetemi quale perché non ne ho idea).
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| Veniamo quindi al momento clou (almeno per me) della serata cioè verso la fine quando dopo un’ovazione Pete riferendosi ad uno striscione che dice “why not Barcelona?” annuncia: “torneremo in Spagna il prossimo anno!” e lì altra ovazione del pubblico; a quel punto io, convinto di essere ascoltato gli urlo: “ma venite in Italia c###o!” e lui con un’espressione come se avesse capito tutto (ma chiaramente non era così), si gira verso di me e mi fa un gesto col pollice alzato come per dire: “ok vai alla grande!” . A quel punto siamo ai bis e al finale con i ragazzi della band che lasciano il palco, (sottolineo la performance di Zak Starkey, la classe non è acqua), e Pete e Roger che si abbracciano al centro del palco tra gli applausi. Certo non sono più i ragazzi che dopo il concerto spaccavano qualsiasi cosa gli capitasse a tiro (nella serata Daltrey ha sfasciato un tamburino), ma penso che si possa dire che The kids are (still) alright!!! |
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Substitute al Covo e raduno di The Who Italia
(by GIORGIOWHO)
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Covo", Bologna, 14/10/2006
Sabato sera come molti di Voi ero al
"Covo" di Bologna per assistere
al concerto dei "SUBSTITUTES" del
mio compare di ULM Giampaolo
e dei suoi simpaticissimi musicisti/amici.
La loro performance mi ha stupito
positivamente smentendo quello
che pensavo sulle "cover band" (e
che continuo a pensare su alcune di
loro - leggi "Achtung babies" -
ecc.).
Oltre a non cercare in nessuna maniera di
"scimmiottare" e copiare
gli originali (cosa peraltro impossibile!)
li ho trovati davvero BRAVI !
Una band preparatissima musicalmente , una
tecnica eccellente
ed una passione e gioia nel suonare che mi
ha colpito.
Inoltre , la scaletta è stata davvero molto
varia e con brani di tutti
i periodi con una prevalenza (visto anche il
tema della serata) del
primissimo periodo WHO.
Potendo iniziare prima (la "sala"
è stata aperta quasi alle 11.30!!!!)
avremmo potuto assistere a quasi una
quarantina di brani invece dei pur
sempre abbondanti 20 , anche se i
"nostri" ragazzi avrebbero rischiato
la loro salute visto il caldo torrido che
c'era.
Il "loro pezzo" per me è stao THE
SEEKER , suonato magistralmente.
Una cosa che mi è dispiaciuta è non aver
potuto conoscere gli
utenti del Forum presenti (a parte ALEX) ,
comunque sarà sicuramente per
un'altra volta per un raduno dedicato a noi!
Come al solito sono molto breve per non
annoiare , in ogni caso
grazie Giampaolo per la
"citazione" a me ed al mio amico Ferruccio (l'hai
"FERITO" molto dicendogli che hai
visto 11 volte Neil Young!) , per averci
fatto entrare e per la compagnia.
A presto!!!
GIORGIOWHO
Long Live WHO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
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Recensione e foto del concerto del St. Polten Lovely Days Festival (tour 2006)
(by Cristiano Pellizzaro, grije@tiscali.it ; foto di Paolo Scamperle)
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Finalmente ci siamo, sono le 23.30, il palco è pronto, è stato rodato tutto il pomeriggio dai musicisti che fin dalle 13.00 di questo pomeriggio hanno suonato fino a poco fa. Tutto è pronto, l’impianto luci che verrà acceso per questo ultimo set della serata, e stato adoperato solo per loro. Si respira una certa atmosfera mentre la musica di sottofondo fa salire una certa smania di curiosità e impazienza che mi tormenta da 10 anni; la gente è ansiosa, lo si percepisce, ma nonostante tutto si sente solo un brusio. Un faro con tanto di addetto alla manovra già in posizione, posizionato alcuni metri sopra gli strumenti, verso il lato destro del palco, servirà solo per mr. Pete Townshend.Finalmente ci siamo, eccoli!! Pete Townshend, John “rabbit” Bundrick, Zak Starkey, Roger Daltrey, Pino Palladino e Simon Townshend, salgono sul palco in questa sequenza, davanti ad un pubblico, che forse per l’incredulità, accoglie con generosi applausi ma in modo composto. Loro dall’alto del palco si presentano in maniera fredda, senza salutare e prendendo posto velocemente;…one, two, three e via con I Can't Explain, per un concerto tutt’altro che seduto, e privo di energia. Già dalle prime dà l’impressione di star ad assistere ad una serata speciale, dove qualcosa di magico, di storico, fa la sua apparizione. Daltrey e Townshend, sono rimasti soli; Moon nel ’78, poi Entwistle nel 2002, se ne sono andati via, però la favola doveva continuare. Ci si avvale dunque di quattro |
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formidabili musicisti che
vale la pena rendere noti: The rabbit alle tastiere (storico collaboratore
degli Who dagli anni ‘70), Simon Townshend (fratello di Pete alla
chitarra ritmica), Pino Palladino al basso (che nonostante il ruolo da
ricoprire, si difende egregiamente) e quel Zak Starkey, che la leggenda
vuole quale migliore ed unico sostituto di Moon. Di certo indimenticabile!! |
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Recensione del concerto di Saragozza (tour 2006)
(by Silian Della Ragione)
| E' stata dura ma ne è valsa la
pena; un viaggio lungo due giorni, una lunga attesa all'entrata, ma è stato tutto ricompensato. Ero la davanti, in prima fila dietro le transenne. Apre il concerto alle 20:45 il gruppo spalla "Casbah Club"... non male come performance, se escludiamo gli innumerevoli problemi audio dovuti al mal funzionamento di un amplificatore. Alle 22:00 il pubblico si infiamma, iniziano i cori "Roger Roger!", "Who Who Who!", "Pete!!!!!" e "We are the mods, we are the mods..."; gli Who salgono sul palco... sono tutti in bella vista, sopratutto Roger e Pete. Pochi preliminari e tanta sostanza, è questo quello a cui ci hanno abituato... e neanche questa volta tradiscono le aspettative. "I Can't Explain" è eseguita in versione super elettrica, come anche "The Seeker". Il pubblico è in delirio, salta e canta praticamente tutte le canzoni. "Anyway Anyhow Anywhere" è ottima, "Relay" è una chicca, davvero gradita. Con "Who Are You" si assiste ad un'esplosione di potenza immensa... la performance di Pete è eccelsa, quella di Roger ottima, pare proprio di essere tornati ai bei tempi. "Behind Blue Eyes" inizia, come da recente tradizione, con Roger alla chitarra acustica... il tutto esplode poi nel finale provocando immense emozioni. "Real Good Looking Boy", pezzo nuovo datato 2004, è eseguito alla perfezione, niente da dire. Alla fine di questo pezzo tutto il palco "si spegne", ed un solo faro illumina pete, che prende la sua acustica e le cuffie, per suonarci un po' di "Quadrophenia". Appena finita la performance "solista" di Pete, il palazzetto dello sport si infiamma nuovamente sotto le note di "Baba O'Riley ", e si commuove con quelle di "Love Reign O'er Me", cantata in modo divino da un Roger Daltrey quasi ringiovanito. Roger, come a i vecchi tempi, rompe i tamburelli che ha usato, e gli lancia verso il pubblico, insieme all'armonica. Fantastico. "You Better You Bet" è un po' come la calma prima della tempesta... eh si, perchè "My Generation" è stata veramente il delirio totale. Il pubblico salta, volano schizzi di acqua e birra, tutti cantano... ed, ovviamente, le urla recitano "Why don't you all Fuck off!!!!", invece che le parole originali. Si sente solo la mancanza del drumming di Keith, che viene un po' colmata dall'ottimo lavoro di Pino Paladino al basso e di Pete alla chitarra, che ci riserva tantissime acrobazie di braccia. "Won't Get Fooled Again" termina la prima parte del concerto in modo strepitoso, con Roger che urla "Yeaaaaaaaaaaaaaaah!!!" e volteggia il suo microfono nell'aria. Dopo pochissimi minuti eccoli tornare sul palco, per donarci "The Kids Are Alright" e "Substitute", stravolte dagli assoli improvvisati di Pete. La tirata finale di "Tommy" con "Pinball Wizard", "Amazing Journey", "Sparks" e "See Me Feel Me", è davvero impressionante... succede di tutto. Pete va in corto, il braccio continua a girare, fa smorfie impressionanti, salta sugli amplificatori al lato del palco... pazzesco. Un finale esplosivo, con tanto di lancio di pletri e promesse come "Torneremo in Spagna, siete fantastici". Aver guadagnato poi all'uscita un autografo di Pete sul booklet di Quadrophenia, è un'emozione a parte, ma posso assicurare che due ore come queste non le avevo mai passate in tutta la mia vita. |
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Recensione del concerto di Madrid (tour 2006)
(by Marco Muzzi)
Dopo
l'esibizione del gruppo di Simon Townshend (dignitoso ma un pop-rock abbastanza
"anni'80", tipo Truth, Jam) ecco che ti entrano Roger e Pete, Tanto
vicini da riuscire a vedergli le rughe.
Roger vestiva jeans e maglietta azzurra, occhialini
tondi sfumati e sembrava più magro delle ultime immagini di questi anni. Pete
tutto di nero, con una maglietta un po' corta che gli lasciava intravedere la
pancetta che a 60 anni è più che normale.
Attaccano con "I can't explain", versione di
rigore, potente. Roger sembra in forma ed effettivamente non cede alla scaletta
impegnativa. Poi "The seeker" e la gente impazza, forse in pochi se la
aspettavano, poi "Anyhow, anyway, anywhere" e già nel mezzo la
chitarra di Pete saetta sprazzi di pop-art, stridii e tuoni. Poi non ricordo la
sequenza ma hanno fatto "Naked eye", "Drowned" (solo Pete)
fantastica, "Behind Blue Eyes", "Who are you" stracantata da
molti (anche grazie a CSI), "Baba O'Riley", "You better, you bet",
sorprendentemente "Love reign on me", dico così perché non mi
aspettavo che Roger la cantasse (visto il registro impegnativo che richiede il
pezzo) né che egli si disimpegnasse più che dignitosamente. "Real good
looking boys" vede il vocalist a suo agio in un repertorio che gli
risparmia grandi sforzi e per questo rende bene dal vivo così come anche un
pezzo del nuovo lavoro degli Who che presto uscirà (ottobre mi sembra di aver
capito) di cui non ricordo il titolo (la memoria è sempre mia nemica) e che
ancora una volta valorizza i timbri possibili di Roger.
"Baba O'Riley" "Won't get fooled again"
e "My generation" riempiono gli animi di una adrenalinica sensazione
che io, come tanti altri assieme a me, da troppi anni avevamo confinato nel
nostro piccolo, tra noi e il giradischi ed ora si apre nella sua reale natura,
quella del live. "Substitute" fa scatenare i corpi e già si comincia
ad oscillare dall'onda umana. "The kids are alrights" viene cantata
come un inno di stadio, come ragazzi che richiamano ai ranghi i vecchi e i nuovi
al sacro rito del rock.
Tommy non è risparmiato, "Pinball wizard"
,"Amazing Journey", "Sparks" e il coro di "See me Feel
me" fanno un piccolo concerto nel concerto, e Roger si scatena, fa girare
il microfono allo zenit e azimut creando cerchi pericolosi per chi gli sta
vicino (avrà mai preso in testa John?)
Ma quello che sorprende come sempre è Pete, lucido,
presente tirato come una fionda (nel senso musicale ovviamente), sforna
glissati, feedback e fraseggi che farebbero la gioia di qualsiasi musicista che
cerca da sempre di creare quei suoni, quelle sensazioni e quando vedi e senti
che sono lì nell'aria non ti sono mai sembrate così vere, strane, diverse,
potenti. Guarda tutti con quell'aria sarcastica, autoironica, divertita e quando
alla jam finale di "My generation" urla 5 o 6 volte "I hope I die
before I get old" ti rendi conto di come lui vecchio non lo sarà mai.
Il pubblico risponde alla grande, si urla
alternativamente "Roger" alla spagnola "Roier, roier"
(Sic!), "Pete" e "who, who" che sembra un grido di guerra
tribale, così urlato ritmicamente dalla folla.
I due non possono fare altro che girarsi attorno
divertiti e ringraziare, quasi con un ringhio Pete dice al microfono "We
will be back!" e c'è da credergli perché sembra che abbiano fatto proprio
una grande esibizione. Tutto troppo bello, il resto della band è stato
impeccabile e se Pino si impegna un po' di più riesce a finire l'ultima battuta
di assolo in tempo a fine tourneé. Anche per i professionisti c'è sempre tempo
di imparare solo che i maestri sono irraggiungibili, la mancanza di John si
sente soprattutto in "Won't get fooled again" come anche Keith, esibito
in una grande foto dai fans delle prime file a cui Pete risponde formando una
croce con un braccio, "rest in peace" sembra dire con gli occhi.
Il lancio dei plettri crea il parapiglia che ti da un
po' fastidio (anche perché non ne ho beccato uno) ma chi se ne frega, questo è
il rock. Viva la Spagna che li ha accolti bene, un po' meno noi.
Recensione del concerto di Vienne (tour 2006)
(by Antonio Bacciocchi)
Recensione e foto del concerto di Ulm (tour 2006)
(by Giorgio(Who) Canali, giorgiowho@iol.it)
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28 ANNI! Tanto ho aspettato per vedere gli WHO dal vivo e l'attesa
è stata ampiamente ripagata. Ho trovato i "ragazzi" in splendida forma, coadiuvati da ottimi musicisti (Zak su tutti).
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Le foto di Giuseppe Vergara:
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Recensione del concerto di Montecarlo (tour 2006)
(by Anna)
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Dopo un viaggio, a dir poco “rocambolesco”, da Locarno
(dove i nostri beniamini si erano esibiti la sera prima, riscuotendo un
travolgente successo...) verso Monte Carlo, culminato con uno strip
obbligato in auto, unico modo per potermi cambiare d'abito in tempo utile,
giungiamo, io e mio marito – non senza altre difficoltà dovute
all'organizzazione della serata – allo SPORTING CLUB dove veniamo
accolti (a dispetto delle nostre tenute tutt'altro che di tenore
“monegasco”) da alcuni ominidi in livrea rosso/oro che tra mielosi
bonsoìre ed inchini vari, s'impossessano della nostra vettura -
certamente non in linea con il resto del parco auto della serata
(Limousine, Mustang, Porsche ecc...) dandoci in cambio un numero (13!!!),
supponiamo, utile a riaverla indietro a serata conclusa (è infatti poi
così stato...). La serata e forse l’intero tour sono sponsorizzati da
AUDI (anche a Locarno Roger arriva con una fiammante ammiraglia della casa
tedesca) e davanti allo Sporting Club fanno bella mostra di sè gli ultimi
smaglianti modelli del prestigioso marchio. Superata l'ennesima difficoltà
relativa al recupero dei nostri biglietti, prenotati via filo per la
“modica” cifra di euro 120 cadauno,
riusciamo ad entrare “nell'arena” dove di lì a poco avremmo
potuto riassaporare almeno una parte della magica atmosfera della sera
precedente. |
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In quel momento mi tornano alla mente le parole che
Roger ci ha detto la sera prima (a Locarno) nel suo camerino, dove eravamo
andati per un saluto ed un abbraccio
post concerto : “Monte Carlo...? E'
un posto terribile!”.
Dopo la vivace esibizione dei “Casbah Club”, passa qualche altro
minuto di estenuante attesa, tra prove di luci, andirivieni di Bob, Billy e co.,
invocazioni di una sparuta schiera formata da pochi “coraggiosi” fedelissimi
(purtroppo la minoranza) fra i quali una tenerissima e non piu’ giovane donna
che invoca il nome di Roger con accento fortemente francese seguito da
innumerevoli “I love you” e “I’m crazy for you” e poi, finalmente, sul
piccolo palco (“troppo” piccolo per contenere tutta la loro rinnovata
vitalità) si stagliano le sagome di Pete,
Roger e co. che, come di consueto, guadagnano rapidamente le proprie
postazioni ed imbracciati gli strumenti materializzano le prime note
tra le tangibili approvazioni dei pochi (ma buoni) fans che la serata
offre.
Dopo il primo pezzo, c'è il saluto di Roger al pubblico, di poche parole (com'è
nel suo stile) che raccontano tutto
sull'entusiasmo che anima la sua partecipazione alla serata : - “Buonasera a
voi, bastardi, che abitate qui!!”, dal lato sinistro della platea parte un
“bravo!” di appovazione proprio in Italiano. La già citata signora attira
la sua attenzione su un piccolo poster dallo sfondo bianco sul quale ha
amorevolmente manoscritto con tanto di cuoricini un “I LOVE YOU”, lui lo
legge, sorride imbarazzato e... non troverà il coraggio di riguardare da quella
parte per tutta la serata, solo alla fine di “Baba O’Riley” allungherà
con un garbato piccolo lancio la sua armonica verso quel punto ma l’armonica
finisce fra le mani del compagno della signora, Roger lo guarda sorridendo e gli
dice “è per lei”, l’uomo divertito gliela porge e lei saltellando di
gioia e stringendola inorgoglita e sè gli sorride beatamente.
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Altri pezzi, i soliti di questa parte finale di tour ad eccezione di una spumeggiante “Let’s See Action”, fra i quali una particolarmente toccante “Real Good Looking Boy” presentata da Roger che ci lascia capire con delicatezza che Pete è innamorato, poi, un incidente di percorso al suo auricolare stronca sul nascere la dolcissima “Naked Eye”, Roger fortemente imbarazzato, dice al microfono “mi sembra di avere dell’acqua ed una rana che borbotta nell'orecchio” ed è costretto ad allontanarsi dalla sua postazione e ad abbandonare il microfono. Pete deve così riempire questo spazio imprevisto nella loro scaletta, attaccando prontamente una “Magic Bus” da lui poco prima definita “fottuta” a causa dell'incredibile numero di volte che l'hanno dovuta eseguire. Poco prima aveva spiegato, con il sarcasmo tutto anglosassone che lo distingue, che la canzone parla di un autobus aggiungendo con un “risolino” rivolto ai “residenti” la frase “ma non credo voi conosciate questo mezzo di trasporto”. Applausi ed ovazioni accompagnano il finale del pezzo che coincide con il ritorno di Roger in postazione; seguono gli altri cavalli di battaglia della band che, seppure in soli quattro metri di palcoscenico, non si risparmia e cerca di dare tutto ciò che è umanamente possibile, con la generosità ed il cuore che li ha sempre distinti; quando risuonano le note di “My Generation” (l'inno dei “Mods”) un isolato esemplare di questa specie – proprio accanto a me - comincia a saltellare con tale entusiasmo come in preda all’acido che quasi ho rischiato lo spappolamento del piede sinistro! |
Il soggetto raggiungerà a “saltelli” la prima fila
(eravamo in terza) fra l’indignazione di tre “stronzetti”
di neanche 20 anni che fino a quel momento altro non avevano fatto che
chiacchierare e compiacersi vicendevolmente degli abiti indossati .
Purtroppo, non ci è stato possibile immortalare
alcuna immagine dei “nostri” perchè
è stato proibito tassativamente l'impiego di macchine fotografiche di
qualunque tipo e perfino ..... dei telefonini (se utilizzati per questo scopo!),
sono comunque felice che qualcuno sia riuscito ad “eludere la sorveglianza”.
Viene veramente da mordersi le mani perchè pensare di averli avuti ad un metro
mentre si esibivano in uno spazio così ristretto e non averli potuti ritrarre,
fa avvertire ancora di più il disappunto per non aver potuto sfruttare
un'occasione certamente irripetibile come questa. Ciò la dice lunga sulla ...
"particolarità" dell'ambiente in questione e, forse, sulla
inopportunità di aver voluto relegare tutta la potenza che questa band sa
ancora esprimere, dietro le sbarre di una gabbia dorata, al cospetto di
veramente pochi, anche se ben paganti, fortunati.
Con tutto l'amore che personalmente nutro per tutto ciò che fanno e che da
sempre li riguarda, mi auguro di non vederli più esibirsi in una situazione
tanto sacrificante, quanto inopportuna che, comunque, con la bravura e la
consumata loro esperienza, hanno saputo rendere
preziosa per la delizia dei pochi in grado di apprezzarli intieramente.
All’uscita ci tocca assistere ad un paio di commenti pronunciati da
“signorine” in abito da sera che
si accingono a raggiungere la sala ristorante ove tra poco verrà consumato il
“pasto” post concerto per modica cifra di euro 200 a testa, ve li
“riporto”: la prima dice all’altra: “certo che 120 euro per un complesso
che non ha neanche un pezzo in classifica”, l’altra replica:”almeno
avessero suonato bene”. Sto per dire qualcosa quando l’opportuna presenza di
un Italiano ancora eccitatissimo per lo show mi precede e guardandole dritte in
faccia parte con un:”mi sa che voi di musica non capite un c....!!!”. NO
COMMENT!
Anch’io vorrei vederli in Italia, ma una decina di anni fa la data al Forum di
Assago saltò perchè l’organizzazione italiana ritenne il compenso da loro
richiesto non congruo. “Ci hanno detto che non avremmo fatto il tutto
esaurito” mi disse Roger, a voi la parola... FACCIAMOCI
SENTIRE!
Le foto del concerto di Montecarlo (tour 2006)
(by Marco Zatterin)
Al solito ti mando qualche immagine dei ragazzi che stanno bene. Bella serata.Montecarlo 15 luglio…
Recensione del concerto di Locarno (tour 2006)
(by Stefano Bellavita)
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Si va a Locarno per vedere per la prima volta gli Who dal vivo! Riesco ad entrare tra i primi e sono vicinissimo al palco e penso che sarà una grande giornata! Dieci minuti e comincia a piovere a catinelle...e continuerà fino all'inizio del concerto (poi anche la pioggia cede alla forza degli Who e alla chitarra di Pete...). L'attesa, bagnati fino alle ossa, è dura e anche il gruppo spalla fa fatica a suonare... Ma alla fine, alle 21.45 eccoli sul palco! Io sono vicino a Pete, che entra con maglietta bianca, pantaloni scuri e cuffietta in testa: entra concentratissimo, sembra non accorgersi del pubblico che lo acclama, mentre Roger saluta. Poi attaccano una Cant'Explain energetica e tosta, ed è la fine del mondo! Sono impressionato dall'energia che Pete sprigiona, non riesco a togliergli gli occhi di dosso! L'audio è buono ma a volte si sente poco la voce di Roger e molto la chitarra di Pete (ma va bene così)...Pete da solo tiene su tutto lo show: suona la chitarra in maniera divina, ottenendone qualsiasi effetto in qualsiasi modo, e poi interagisce con noi, ammiccando e sorridendo e assumendo ironiche pose da rockstar. Anche Roger ci infiamma e non si risparmia, a volte si vede che è proprio al limite! E i nostri ci regalano una set list molto bella, con i classici che speri ci siano (Anyway anyhow anywhere, baba o'Riley, won't get fooled again, who are you, pinball wizard tanto per citarne alcuni), suonati con grinta, con la chitarra di Pete a dominare la scena e ad esaltare il pubblico, che lo acclama ad ogni splendido assolo. E poi gli Who ci regalano un paio di canzoni nuove (non male, anche se attendo l'album per poterle sentire bene..), la bella Real good looking boy e, ecco la chicca!, la mitica My Generation, che fa esplodere la piazza! E, per finire, una selezione da Tommy (bella l'Underture) con a chiudere una splendida esecuzione di See me feel me, salutata da una vera ovazione e con Pete e Roger che salutano e applaudono il pubblico per ringraziarlo del calore. Gran bel concerto, la band suona bene e supporta ottimamente i nostri eroi (certo, manca il super basso di John, ma è inevitabile), e, se Roger è grande, Pete è straordinario e permette a chi lo sente e lo vede di capire perché da sempre è citato nei libri come uno dei migliori chitarristi di sempre! Grazie Pete e Roger, e ora vi aspettiamo in Italia!!! |
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Recensione del concerto di Locarno (tour 2006)
(by Naska)
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Avevo già visto gli Who nella Wembley Arena nel novembre del 2000. All’epoca comprai i biglietti su Internet. Erano disponibili vari settori e dell’arena tutti allo stesso prezzo, così non essendoci una piantina che indicava i vari settori, scelsi a caso. Finii nella zona più lontana dal palco, al fondo dell’arena. Vidi il concerto prevalentemante nei mega schermi e fu comunque una bella esperienza. Riuscii pure ad ottenere un backstage pass ma seppi dopo che Pete stava male e che gli altri se ne erano andati via subito dopo lo show. Incontrai solo Zak e il tastierista ‘Rabbit’….che delusione…. Stavolta ero deciso a stare il più vicino possibile al palco. Complice una pioggia ininterrotta che ha fatto scappare molti sotto i portici della Piazza Grande prima del concerto di Locarno, ho potuto conquistarmi una postazione di seconda fila centrale, anche se alla fine ero bagnato fradico nonostante giaccavento e protezioni di fortuna varie. Ma ne è valsa la pena. Aprivano i Cashbah Club , un trio capitanato da Simon Townshend , fratello di Pete, con una grossa sorpresa: il bassista era Bruce Foxton , storico membro dei mitici Jam.Non male come inizio!! La pioggia durante il loro set è stata veramente scrosciante e di stravento, il che ha disturbato non poco la loro esibizione. Il genere un pop rock elettrico in stile ’79 , molto ben suonato, con qualche pezzo carino, ma sinceramente niente di più. Dopo il cambio palco che sembrava eterno, ecco salire loro: nessun fronzolo scenico, nessuna esplosione, nessuna base di sottofondo.; solo loro che salgono attaccano le chitarre e partono. I can’t explain ed è subito una botta incredibile. Sono loro, sono lì a tre metri da me, posso vedere i loro Blue Eyes, posso sentire i piedi di Pete che cadono sul palco dopo ogni salto. Ho tutti i dvd e filmati degli Who possibili e immaginabili, ma stasera è un’altra cosa…. L’emozione e la carica che trasmettono è quella di un gruppo di ventenni che dimostrano ancora una volta di essere la più grande band del mondo. Roger Daltrey in forma strepitosa, Pete Townshend incredibile, un genio con la freschezza e la potenza di un ragazzino, Zak Starkey (figlio di Ringo Starr) che è forse l’unico batterista del post Moon che sia in grado di non far rimpiangere il grande Keith, Pino Palladino, storico turnista inglese al basso, molto filologico nell’esecuzione, anche se Entwistle era IL BASSISTA degli Who e forse questo un po’ si sente. Completano la line up Simon Townshend ai cori e alla seconda chitarra ( ma Townshend ha bisogno di un altro chitarrista…? ) e lo storico tastierista che accompagna la band dal vivo fin dalla fine degli anni ’70 John Bundrick. La scaletta comprende una sorta di greatest hits della band più una selezione di brani del nuovo album che uscirà ad ottobre (in questi giorni è prevista la pubblicazione di un’edizione ridotta e limitata del cd). Gran finale con una selezione da Tommy veramente suonata con una carica che sembrava essere nel live at Leeds del ’70. Incredibili, insuperabili, magnifici, un mito per ciò che hanno significato e per quello che continuano ed essere. Riporto uan frase di che era andato a vedere gli Stones tre giorni prima a Milano: Who battono Rolling Stones 3 a 1. |
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Le foto del concerto di Locarno (tour 2006)
(by Alessandro, webmaster@thewhoitalia.com)
Ecco qui di seguito alcune foto scattate durante lo strepitoso concerto di Locarno dalla mia invidiabile posizione proprio in prossimità del palco (peccato per le spie di Roger che rovinavano un pò la visuale). Le immagini sono piuttosto pesanti quindi bisogna avere un pò di pazienza per i tempi di caricamento.
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Live ad Hide Park (tour 2006)
(by Giampaolo Corradini, www.thesubstitutes.it)
Il target mod sventola dai
maxischermi, l'ululato della folla comincia a salire d'intensità, lo spazio tra
un corpo e l'altro fra il pubblico si stringe sempre di più. Finché, alle 8 e
25, l'urlo si libera nell'aria: "Who! Who! Who! Who! Who!". Pete
Townshend e Roger Daltrey salgono sul palco, braccia alzate, a salutare i
sessantamila spettatori con un lapidario "Hello Hyde Park" e subito
attaccano le prime tiratissime note di "I can't explain". Sullo sfondo
sfrecciano a cento allora le immagini dal film The kids are alright, frame in
bianco e nero della Swinging London e spezzoni dall'epoca Maximum R'n'B.
L'atmosfera è elettrizzante, il ritmo senza pause. Nemmeno il tempo di lasciar
morire l'ultimo feedback che la chitarra di Townshend attacca il power chord
dell'introduzione di "The Seeker". Il pubblico salta, rimbalza, urla,
bicchieri e bottiglie di birra cominciano a volare nell'aria: The Who sono
tornati, e sono in forma smagliante.
La serata conclusiva dell'Hyde Park Calling Festival arriva dopo un lunghissimo
weekend inaridito da un sole senza tregua, e arriva come una sorsata d'acqua
freschissima dopo le performance, con luci ed ombre, di Roger Waters, Ocean
Colour Scene, Zutons e Razorlight. A chiudere il festival sono loro, Roger
Daltrey e Pete Townshend, impegnati a
mantenere il marchio The Who all'altezza della propria leggenda. E la grande
notizia è che la missione è compiuta.
Trainati dalla ritrovata vena compositiva di Townshend, e con un nuovo album in
uscita (ventiquattro anni dopo l'ultimo, deludente "It's hard"), gli
"Who2" regalano una performance di altissimo livello, sia dal punto di
vista musicale, sia da quello fisico: Townshend salta, corre, balla, picchia le
corde, alza il braccio nel celeberrimo "windmill", insulta il pubblico
come ai bei vecchi tempi e regala momenti di grande comicità nei suoi dialoghi
con un altrettanto vigoroso Daltrey. Dietro, la line up della band - Pino
Palladino al basso, Simon Townshend alla chitarra, John Bundrick alle tastiere e
Zak Starkey alla batteria - si rivela assolutamente perfetta per il suo ruolo:
potente, dinamica, precisa e... in secondo piano. L'unica nota amara della
serata, dal punto di vista della performance, è l'assolo di Palladino su My
generation, che fa rimpiangere il vecchio John Entwistle. Mentre l'unica nuova
composizione presentata nello show, "Mike Post Theme", fa ben sperare:
si tratta di un brano rock molto tirato, in linea con gli ultimi lavori del
Townshend solista, tanto che non sarebbe stato fuori posto sul buon "Psychoderelict"
del 1993. Non resta che attendere l'uscita del nuovo concept album "Wire
and glass" per capire se gli Who sono di nuovo all'altezza della loro fama
anche in studio.
L'atmosfera è talmente positiva che Townshend e Daltrey, tra un brano e
l'altro, non si negano nemmeno il piacere di giocare con la loro leggendaria
rivalità, mentre il chitarrista riesce anche nell'impresa di prendere in giro
la sua sordità quando, imbracciata la chitarra acustica, è costretto a
infilarsi un paio di cuffie e ad alzare i cursori del suo mixer personale per
riuscire a sentirsi suonare. Mai visto un Townshend così aperto, almeno negli
ultimi anni, e così pungente nelle stoccate. Nel presentare Behind Blue Eyes
mostra metaforicamente il dito medio ai Limp Bizkit raccontando come
"quella che stiamo per suonarvi è una canzone nostra. Quando l'abbiamo
registrata pensavo che sarebbe stato difficile farne una versione migliore. Ho
avuto la conferma che le cose stanno proprio così. Però voi potete comprare la
nostra versione o quella dei Limp Bizkit, tanto i diritti d'autore vengono
comunque a me".
Dopo un'ora e quaranta di grande rock, culminato nel medley di Tommy che ha
occupato quasi tutto il bis, gli Who salutano e se ne vanno. Sui maxischermi
cominciano a scorrere le prossime date del tour e una voce informa che è
possibile acquistare via internet il dvd "bootleg ufficiale" del
concerto della serata e di ogni serata del tour europeo. La sgradevole
sensazione di essere considerati "consumatori da spremere" si
amplifica passando davanti allo stand del merchandising: il costo delle t-shirt
si aggira sulle 30, 35 sterline; le spille viaggiano ad una sterlina l'una,
mentre i poster difficilmente vengono via con meno di 25 pounds. Anche questo,
in fondo, è un aspetto del rock'n'roll. Rispondo con un "no, thank you"
all'addetto che mi offre il programma della serata per 10 sterline e mi
incammino, in mezzo ad altri migliaia di fans stanchi, sporchi ed eccitati verso
la fermata del bus. Le note di "Won't get fooled again" ronzano ancora
nelle orecchie. E sono il miglior ricordo che si possa portare a casa.





Recensione di Live at Royal Albert Hall
(by Mauro Jimmy Vecchio, ziggy_stardust@infinito.it)
Gli
Who sono tornati con la loro specialità insuperabile, il live. Certo è
difficile immaginare uno spettacolo che arrivi solo alla metà di quello offerto
a Leeds nel 1970, ma siamo pur sempre di fronte ad un gruppo che sul palco ha
fatto sempre e ovunque faville quindi qualcosa da aspettarsi c’è eccome.
E’
doveroso, prima di cominciare a parlare del primo dei tre dischi dell’album,
accennare ai nuovi membri della band: Zak Starkey (proprio lui, il figlio di
Ringo) e John “Rabbit” Bundrik.
Più
che le tastiere pregevoli del secondo a sconvolgere è il nuovo batterista: è
la reincarnazione sputata di Keith! Il ritmo e i colpi sono quelli di Moon!
Finalmente, dopo il quasi disastroso Kenney Jones, il gruppo ha un degno
“usurpatore” di quel leggendario sgabello.
Viene
da sé che Entwistle non può che beneficiare della ritrovata sezione ritmica e
il suo basso ritorna quello vibrante e fluido di un tempo diventando, a volte,
più solista della chitarra di Pete.
Una
delusione, invece, Roger. Si vede che ce la mette tutta, ma la voce perfetta che
aveva maturato nel 1971 è scomparsa con gli anni. Basta ascoltare qualsiasi
brano da “Who’s next” per capirlo subito.
In
pratica sound ritrovato, ma voce solista persa negli anni ’70. I vecchi Who
proprio non riescono a rivivere.
Pronti
via. “I can’t explain” buca come un tempo ed è molto piacevole il
riarrangiamento di “Anyway, Anyhow, Anywhere”. “Pinball Wizard” riesce
ancora ad emozionare e le cavalcate furiose di “Relay” e “My Wife” quasi
ci riportano indietro.
Ma,
dopo gli intermezzi “The Kids are alright” e “Mary Anne with the shaky
hand”, arriva il primo momento della verità per questi nuovi Who.
“Bargain” è un ottimo specchio per la situazione attuale del gruppo. Grande
ritmo, ma molta nostalgia per il vecchio mordente ormai perso. Ascoltando il
pezzo con una chitarra virtuale tra le mani si nota come quei riff di granito
sono ormai perduti ed è rimasta solo la tenera voce nasale di Pete a
consolarci. Un po’ poco per 25 euro di spesa!
Il
momento più alto del disco è, sicuramente, “Magic bus” che offre dieci
minuti di grandissimo livello che, paradossalmente, potrebbero essere ancora più
trascinanti della versione di Leeds.
Se,
infine, “Who are you” suona quasi come l’originale del 1978 la seconda
mezza delusione è il capolavoro assoluto degli Who: “Baba O’ Riley”.
L’attacco emoziona come sempre, ma l’esecuzione complessiva manca di quel
lirismo straordinario e la parte di violino del primo ospite Nigel Kennedy non
riesce a far venire i brividi come quella del suo vecchio collega.
Riassumendo,
un gradevolissimo disco di grandi ricordi musicali, ma solo per veri
appassionati che, rispolverando il vecchio album delle foto, possano capirne il
vero significato.
Altri
astenersi e cominciare da molto più indietro nel tempo.
Questo
secondo disco appare decisamente migliore del primo. Il perché di questo
repentino cambiamento d’opinione (all’interno poi dello stesso concerto…)
è presto detto e, tutto sommato, anche facile da capire.
Proviamo
a seguire la scaletta dello show.
1.
Pete Townshend è seduto con una chitarra acustica tra le gambe. Il suo volto è
visibilmente invecchiato, ma, appena comincia a pizzicare lo strumento, note di
bellezza rara cominciano a librarsi nell’aria. “Drowned” diventa una
canzone ancora più bella ed emozionante e 2. “Heart to hang onto”, dedicata
a Ronnie Lane, commuove per tocco ed esecuzione.
3.
“So sad about us”, suonata con Paul Weller, dimostra, una volta per tutte,
chi sia stato il vero genio degli Who. Pete, infatti, è l’unico a rubare la
scena senza il resto del gruppo. Paradisiaco.
4.
Si ritorna con la band ed arriva la prima grossa sorpresa di questo live dopo
Starkey. Eddie Vedder sale sul palco e la chitarra di Pete attacca “I’m
one”. L’interpretazione del cantante è intensissima. Roger comincia a
tremare. 5. Arriva “Getting in tune” e, con essa, subito il grande
confronto. Roger ce la mette tutta e tocca note di vecchia memoria, ma Vedder lo
tallona stretto. I fan non possono che gioirne.
6.
“Behind Blue Eyes” è, invece, affidata a Brian Adams, ma il risultato
delude e non poco. La canzone sembra uscita da “Cut like a knife” sebbene la
base ritmica sia ottima.
Il
gruppo torna a se stesso e 7. “You
Better you bet” e 8. “The real me” scorrono senza infamia e senza
lode, ma con tanta intensita e questo basta (stiamo parlando di una band nata 40
anni fa). 9. “5’ 15”, tuttavia, merita di essere ascoltata con attenzione
nonostante gli oltre 11 minuti di durata. Il pezzo rappresenta il trionfo
assoluto di John “The Ox” Entwistle. E’ stato “the quiet one”, va
bene, ma senza il suo basso gli Who non sarebbero arrivati alla grandezza perché
il loro sound non avrebbe avuto quella fluidità e potenza che, invece, John gli
ha dato. L’assolo al centro del brano è un capolavoro di tecnica ed estrosità
che confermano l’abilità del bassista nel fare del suo strumento un
importantissima voce solista.
10.
Piovono ospiti illustri. Noel Gallagher presta la sua smagliante chitarra ad uno
dei brani più straordinari della storia, “Won’t get fooled again”.
Varrebbe lo stesso discorso fatto per “Baba O’Riley” e “Bargain”, ma
lo stesso Noel immette buona linfa e Roger canta meglio (forse svegliatosi dopo
lo “schiaffo” di Eddie). Programmate nove minuti e dodici secondi della
vostra esistenza e ascoltate questo pezzo.
11.
Arriva “Substitute” e la Gibson SG di Kelly Jones torna al 1970. 12. Torna
Vedder e trascina tutti con “Let’s see action” prima e con 14. “See
me, Feel me/Listening to you” dopo.
La
sensazione, anche dopo aver ascoltato 13. “My Generation” e un Roger quasi
rapper (a proposito, ma si può cantare a sessant’anni “hope I die before I
get old”?), è che Vedder forse si adatti meglio alla nuova musica di Pete.
Immagino un duo tutto acustico e voci basse e mi vengono i brividi solo a
pensarci.
Per
farla finita, questo secondo CD evita con eleganza il terribile effetto
nostalgia sia grazie allo splendido mini-set acustico di Pete, sia per la
tonnellata di ospiti che, almeno, ci fanno concentrare sul presente.
Nota.
Al disco è aggiunto un “bonus disc” tratto dal concerto del 8 febbraio 2002
sempre alla Royal Albert Hall. La breve scaletta è così strutturata: 1. I’m
free 2. I don’t even know myself 3. Summertime Blues 4. Young man blues.
Questa recensione è un omaggio a John “The Ox” Entwistle, uno dei più grandi bassisti di tutti i tempi. God bless you.
Recensione di Quadrophenia
(by Mauro Jimmy Vecchio, ziggy_stardust@infinito.it)
Un
altro capolavoro. Gli Who sembrano inarrestabili. Il genio compositivo di
Townshend non smette di stupire per capacità d’innovazione e sperimentazione.
“Quadrophenia”
è un’altra opera Rock straordinaria e, ovviamente, i paragoni con “Tommy”
piovono copiosi. In realtà qualsiasi paragone non può reggere nel senso che i
due album sono due entità separate e indipendenti.
Laddove
“Tommy” risente dell’ombra Progressive di “Who sell out” in un fiume
magniloquente e pomposo di arrangiamenti sinfonici, “Quadrophenia” è un
lavoro molto più scarno e sobrio.
Certo,
gli arrangiamenti sono sempre di grande impatto, soprattutto nei brani
strumentali “Quadrophenia” e “The Rock”, ma il suono, nel suo complesso,
è più maturo, meno barocco.
Se
proprio vogliamo dire la verità, “Quadrophenia” è quello che accadrebbe se
prendessimo “Tommy” e lo fondessimo con i suoni sintetizzati di “Who’s
next”. In poche parole, è proprio in questo album che gli Who raggiungono la
piena maturità musicale.
Non
ci sono più gli svarioni ironici (“Tommy’s Holiday Camp” o “Miracle
Cure” per intenderci) di un tempo, ma solo brani solidi e straordinariamente
drammatici.
Lo
si può vedere dalla copertina, lo si può sentire attraverso i forti rumori di
mare e pioggia che percorrono le canzoni. Qui si fa sul serio. Non che in
“Tommy” si scherzasse, ma qui è tutto più maturo, definitivo.
“Quadrophenia”
è la rivincita di Townshend che non era riuscito a finire il progetto
“Lifehouse” (confluito, poi, in “Who’s next”) e che, ora, può
esaltarsi come portavoce ufficiale della cultura mod inglese.
Il
doppio album, infatti, narra l’emotiva vicenda di Jimmy, un ragazzo mod che
rifiuta qualsiasi legame sociale e che viene sbattuto fuori di casa da una madre
ubriaca di birra scura. Inizierà una sorta di viaggio iniziatico che si
concluderà con una morte/rinascita (nel film che verrà fatto nel 1979 si vede
la vespa che precipita tra gli scogli).
Ancora
una volta lo spunto è autobiografico, ma non bisogna confondere le cose.
Sebbene
gli Who (con il nome High Numbers) siano stati per un periodo i portavoce
ufficiali del movimento mod a Londra, soprattutto sotto l’ala protettiva di
Meaden, in realtà Pete e soci non sono mai stati dei mods a tutti gli effetti
(soprattutto Roger che si sentiva ancora un teddy boy).
E’
vero, però, che Townshend si è sentito una sorta di rappresentante di questo
movimento e il tutto lo si può leggere tra le righe di “The Punk and the
Godfather”, uno dei brani più belli di “Quadrophenia”.
Parlando,
ora, meglio dell’album in sé, è facile trovarne l’ossatura principale nei
quattro temi quadrophonici attribuiti ai quattro membri del gruppo e rispondenti
alle quattro facce dell’identità schizofrenica di Jimmy.
“Helpless
Dancer” è quello di Roger, bellissimo nella sua parte centrale dove un piano
ossessivo accompagna un testo rabbioso. “Bell Boy” è quello di Keith e,
dalla voce che ci mette, non ci vuole molto a capirlo. I due più complessi sono
quelli, ovviamente, di John e Pete. “Dr. Jimmy (Is it me?)” è una cavalcata
impetuosa di quasi nove minuti che, in un certo senso, racchiude tutto il senso
di “Quadrophenia”. “Love reign o’er me”, invece, è la degna fine di
un album straordinario. Un brano struggente che penetra fin sotto la pelle.
Attorno
a questa struttura una serie interminabile di classici. Da “The real me”
(bella la linea di basso) alla dolcissima “I’m one”; da “The dirty
jobs” al banjo di “I’ve had enough”; dai corni di “5:15” alla
tristezza di “Sea and sand”. Più di ottanta minuti di sonorità
dell’anima che sconvolgono per intensità e purezza. E’ dal 1967 che questo
stupendo gruppo non fa altro che sorprenderci continuamente. Se continuano così
formeranno una strada così lunga da percorrere dietro di loro che nessuno
riuscirà mai a raggiungerli. O lo hanno già fatto?
Ascoltando per la prima volta Tommy...
(by Mauro Jimmy Vecchio, ziggy_stardust@infinito.it)
“Ascolta
Tommy con una candela accesa e vedrai il tuo futuro”. E’ una frase fatta.
Non potrei immaginarne una migliore.
Quale
futuro ho visto io?
Io
ho visto un ragazzo sordo, muto e cieco. Ho visto un ragazzo violentato,
maltrattato. Ho visto un ragazzo incapace di comunicare, di provare e ricevere
affetto.
La musica che mi ha cambiato la vita:
(by Sabrina)
Ad agosto su Tele+ vidi per la prima volta C.S.I: crime scene investigation e in un certo senso iniziò, non solo l'amore per questo telefilm, ma anche quello per gli Who: infatti la sigla del telefilm è "Who are you". Presa dalla smania di avere tutto quello che c'era a disposizione sul mio serial preferito, scaricai la canzone: DIVINA! Ma mi fermai lì,conoscevo solo questa canzone di quello che sarebbe diventato il mio gruppo preferito.
A gennaio cominciai ad andare in chat e conobbi una persona che mi cambiò totalmente la vita (e non sto esagerando). Cominciai a cantare Who are you, scrivendo il testo tra i discorsi della gente, e questa persona decise di mandarmi un'altra canzone: Baba O'Riley...BELLISSIMA!, e cominciai ad andare sui motori di ricerca per trovare tutto ciò che si poteva trovare sugli Who.
Dopo, quella persona mi manda Behind blue eyes...e qui scoppiò il vero amore!!! Leggevo e rileggevo il testo e la traduzione, in meno di 20 minuti avevo imparato la canzone letteralmente a memoria: la musica, il tono della voce del cantante, il ritmo della batteria, il suono del basso e della chitarra...ma non sapevo ancora nulla su gli Who...
Trovo un sito in italiano: finalmente!!!!!!!! E scopro la storia di questo gruppo che mi ha cambiato la vita: la voce di Roger, di cui mi sono "innamorata" da subito...la chitarra e i testi di Pete, che rispecchiano la vita della sua epoca ma anche la nostra...il basso di John e la batteria di Keith, che purtroppo non ci sono più.
Comincio a comprare i cd: il primo è "Who's next"...bellissimo...comprai l'edizione rimasterizzata e con le bonus tracks, bellissime anche quelle. Poi fu la volta di "Who sell out": non mi è piaciuto subito ma, dopo aver comprato "The Who: 30 years of Maximum R£B", rivalutai quell'album. Da poco ho comprato "Quadrophenia", che purtroppo ho trovato in versione soundtrack, e "The Who by numbers", che al primo ascolto mi ha colpito subito.
Prima di comprare "Who's next" comprai il dvd che lo racconta, e con questo acquisto la mia passione per Roger & Co. si rafforzò enormemente. Poi acquistai il dvd del concerto all'isola di Wight, che definirei fantastico, solo per come viene cantata e suonata "See me, feel me"...da brividi!, e il dvd di "Tommy"......e mi accorsi di amare follemente gli WHO!!!!!!!!!
Per finire questa storia, vorrei spiegare perchè gli Who mi hanno cambiato la vita...Fino a quel giorno di inizio anno il mio mito era Freddie Mercury e ascoltavo Baglioni e Robbie Williams, e mi piacciono ancora...ma gli Who mi hanno dato qualcosa che non avevo mai provato con nessun'altro gruppo o cantante, come la prima volta che ascoltai Behind blue eyes o come Baba O'Riley al concerto per l'11 settembre...con tutti ke cantano insieme "DON'T CRY.......DON'T RAISE YOUR EYE....IT'S ONLY TEENAGE WASTELAND"...nei concerti e nei video che ho visto...Roger che canta con tutta la sua forza "SEE ME, FEEL ME..." e fa roteare il suo microfono...Pete che gira il braccio suonando la sua chitarra e corre per tutti i lati del palco...John da una parte che suona il suo basso in maniera divina...e Keith, o come lo chiamo io "Il Folletto" che suona la sua batteria con una semplicità unica...
Non so descrivere tutte le emozioni che mi hanno dato le loro canzoni e le loro esibizioni dal vivo...anche se sono una loro fan da soli 5 mesi, posso sentirmi una dei milioni di fan sparsi in tutto il mondo...e ringrazio col pensiero Roger, Pete, John e Keith per la loro musica...
Diario di un fan piccolo piccolo:
(by Roby Bad)
Alla fine degli anni ’70 (un’epoca che ricordo con tanta nostalgia) io ero ancora un bambino, avrei infatti compiuto 10 anni nel 1979, vedevo il mondo bello… a colori… e adoravo già la musica e i 45 giri che mettevo e rimettevo su un vecchio giradischi… Il mio fratello maggiore Nino ascoltava per lo più musica jazz o disco (Earth Wind & Fire, Barry White ecc.), mentre Dario che ha solo pochi anni più di me era un po’ il mio punto di riferimento. Ascoltava il rock e io avevo una propensione forse genetica e comunque naturale per questo genere… Era strano, ma quel genere di musica mi dava energia, era energia allo stato puro e questa energia toccava alcune corde dentro di me… Era ancora l’epoca dei "capelloni" e dei figli dei fiori e i miei fratelli liceali vivevano questa atmosfera…I loro amici sembravano usciti dalle scene di Woodstock e chiaramente io non potevo essere uno di loro perché ancora bambino. &n